giovedì, 29 maggio 2008
author: abigaill
category: racconti, casa
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E' gia passato un anno e mezzo da quando mi sono trasferita.

All'inizio pensavo a Milano come ad una seconda possibilità, una specie di porta sul retro. Perchè tutto non avrei saputo immaginare. 

Questa è una storia che racconta delle partenze, dei ritorni e della sensazione più misteriosa: quella del sentirsi a casa.

milano

Più di ogni altro luogo

È che ci sono nato, a Milano. Sono rotolato fuori durante un viaggio e mi sono trovato milanese di passaggio. Vedi tu il destino. Segnato per sempre da quel nome sui documenti. Luogo di nascita: Milano, Italia. Sono stato veloce, comunque. Pochi passi ed ero già altrove. Pochi anni.

I miei si sono conosciuti a Roma. Mia madre è argentina, mio padre era di Parigi, che non è Francia, è Parigi e basta. Il mio omino dal cappello, papà. Non se lo toglieva mai. Aveva un accento dolce perché scioglieva i suoni in bocca come una caramella.

Era venuto in Italia con l’idea di studiare arte, vivere gli straordinari anni settanta e innamorarsi. Gli erano riusciti tutti e tre questi propositi, a parte un piccolo incidente di percorso. Io. Sono nato in una tappa del viaggio Roma – Parigi. “Così in caso di bisogno i miei possono aiutarci…” diceva lui sottovoce e mia madre pensava che sarebbe stato decisamente meglio evitare tutti i discorsi progressisti fatti con rabbia a sua madre –una malata immaginaria che la aspettava a Buenos Aires in un letto circondato da cameriere in pizzo bianco- dato che lei, proprio lei, stava ora per essere catapultata in una borghesissima petite maison nella città più bella del mondo.

Cercavano di rimanere mediamente felici, mentre scendevano a patti con i loro sogni e si ingozzavano dei ricordi romani dell’università. “Almeno niente soldi da loro, ce la caveremo, andremo in periferia”, diceva mia madre. Mio padre sospirava e il cappello sospirava con lui.

Parigi puzzava. Ho passato i primi anni della mia vita con addosso un odore costante di cipolle e pelo di cane. “È perché i francesi sono dei borghesi sporchi. Pieni di profumo, ma non si lavano”. A ripensarci adesso, mamma forse intendeva degli sporchi borghesi.

Comunque l’omino dal cappello la lasciava parlare e non si arrabbiava. Lui lavorava tutta la settimana facendo consegne per i negozi e la domenica mi vestiva bene e mi portava in una bella casa senza odori dove c’erano i nonni. Io loro non me li ricordo. Però ricordo la faccia di mia madre quando tornavo. Mi toglieva gli abiti della domenica e mi spediva in camera mia a giocare, prima di attaccare a urlare con papà. Nel quartiere avevo solo amici arabi e anche questo a mia madre non piaceva, ma non sopportava di essere razzista e preferiva prendersela con Parigi in generale. Il vero colpevole di tutto era quella città grassa, ricca e ingiusta.

L’omino dal cappello è morto quando avevo otto anni. Non ho avuto il tempo di piangere, siamo partiti in fretta e furia.

Io non sono argentino. Sono cresciuto sentendomi spesso uno straniero. Certo, ho amato la mia adolescenza dorata, la scuola prestigiosa, gli amici con la barca sul fiume. Ma la terra è una questione di scelta e io non me la sono mai sentita addosso. Forse non le ho mai dato una seconda possibilità. Per anni mi sono emozionato ad ogni parola in francese che sentivo. Ho voluto studiarlo a scuola. Mia madre, che si sentiva in colpa, mi lasciava fare. In quelle rotondità che mi schioccavano sotto il palato risentivo le parole dell’omino dal cappello. Le ripetevo ore ed ore, ascoltavo canzoni francesi, leggevo libri francesi. Dopo il diploma sono partito subito. Ero deciso a ritrovare le mie radici, il mio passato, gli antenati. Una specie di rito per colmare quel vuoto che mi portavo sempre addosso.

Appena sceso dall’aereo, la pista di Charles De Gaulle sapeva già di casa. I nonni erano morti e papà era figlio unico, ma qualcosa della mia famiglia doveva essere rimasto nell’aria attraverso gli anni. Parigi, però, non la pensava allo stesso modo. Mi ha accolto come l’ennesimo straniero. Con circospezione.

Non è cosa tua, ragazzo. Ricorda, non sarai mai dei nostri.

Sono stato ammesso a psicologia. Il mio francese era ottimo, con gli esami non ho mai avuto problemi. Ho sono preso una stanza in affitto vicino all’università e la notte spesso uscivo a camminare. L’ho fatta tutta a piedi, la mia città. Non le ho portato mai rancore, anche se lei non mi riconosceva più. È come con i vecchi, non lo faceva apposta. Sono anche tornato nel mio quartiere, quello dell’odore di cipolle e animali, con i bambini che giocano per strada. Ho mangiato kebab, parlando con le persone nel mio francese che di colpo si travestiva da meticcio. Di nuovo straniero tra gli stranieri, nell’unico posto dove avrei mai potuto sentirmi a casa. A volte l’ombra del cappello mi seguiva, nelle camminate. Lo sentivo nelle parole trascinate, nella musica del mercato fatta di voci.

Questo è durato fino al momento in cui, esausto, ho rinunciato a tutto quel cercare. A quella disperata volontà di appartenenza. Non sono di qui, ci ho solo abitato, mi dicevo. Mio padre era francese. Io no. Punto. Mi sembrava di aver fatto pace con questa questione. Sono cresciuto, mi sono detto. Ho iniziato a fare carriera all’interno dell’università. Prima a Parigi, poi con il dottorato a Bruxelles e a Madrid. Sono tornato anche in Argentina, per qualche tempo. Ho fatto un Master negli Stati Uniti. Girando molto, ho imparato tutte le lingue dei paesi in cui sono stato e il viaggio è diventato parte di me.

A Milano mi ha accolto un ambiente ricco di stimoli, cosa che ritenevo all’inizio abbastanza inverosimile alla luce dei miei preconcetti sull’università italiana. Alla notizia del traferimento, mia madre era raggiante.“Magari ti sposteranno a Roma” e solo il nome di quella città evocava tutti i fantasmi con cui si era riempita la vita. Ma io non volevo stare in Italia, almeno non per molto. Ero un girovago, ormai, e la mia tendenza ad esasperare le situazioni mi aveva condotto dalla spasmodica ricerca di radici alla assoluta incapacità a fermarmi in un posto qualsiasi.

Non ho perso l’abitudine a camminare di notte. Tu mi conosci, oramai. Mi immagini in giro nella nebbia. Ce n’è poca in questa città, a dispetto di quel che dicono. La gente dice tante cose. Io stesso dico tante cose.

Viviamo insieme da due anni. Tu vieni da una cittadina di provincia, un piccolo posto vicino al mare. Sei qui per lavoro, tutti vengono qui per lavoro ma alla fine molti si affezionano alle strade e alle piazze, all’umore grigio e affidabile del cielo, all’ordine delle cose che in questa città assume un rigore emotivo rassicurante.

Tutto va, tutto deve andare. Nessuno può fermarsi a rifiatare, tutto scorre, tutto corre, tutto muta e si trasforma. Milano è una grande fornace e ha ritmi suoi, che non negozia. Ti adatti a lei e non lei a te. Non ti avvolge ma ti sprona, come una madre un po’ severa, che ti sbatte giù dal letto la mattina per non farti diventare molle e debole. Certo, è anche un po’ italiana. Con i compromessi e i clientelismi e le cose che girano per conoscenza. Ma se hai voglia di farti le ossa sei nel posto giusto.

Non ha i suoni rotondi di Parigi che mi tornano nei sogni insieme all’omino dal cappello. Non ha il caldo di Roma che passa negli occhi di mia madre. È qualcosa solo mio e me ne accorgo ora, dopo il tempo necessario. All’inizio non capivo. Non è come a Parigi, non assomiglia alla volontà di riempire un vuoto. Io ho radici dappertutto e non le ho da nessuna parte. Quello che sono non si identifica in nessun posto, in nessuna città o forse in tutte quelle che ho conosciuto, più altre ancora. Ma ora, inaspettatamente, sento che questa città mi appartiene, forse ancora di più io le appartengo. Proprio ora che ho smesso di cercare, proprio ora che non ne ho più bisogno.

A te manca il mare. Banale. Ti manca lo spazio, in una grande città. Passi intere serate a cercare di spiegarmi come ti senti estranea e sradicata, come lo spazio non sia il tuo, non abbia il tuo nome, le tue unità di misura. Te ne andrai prima o poi, quando troverai la tua dimensione e potrai essere te stessa dappertutto, anche nel paese sul mare. Quando il lavoro seguirà il tuo nome e tu smetterai di inseguire lui.

Certo, verrò con te. A me piace il mare.

Ma Milano, più di ogni altro luogo, mi mancherà. In fondo, questa è casa mia.

Luogo di nascita: Milano, Italia.



domenica, 18 maggio 2008
author: abigaill
category: favole, passato
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images

Gobbolino è nato nell'antro di una strega. Sua sorella è una gatta nera con gli occhi verdissimi, brava negli incantesimi. A lui quella vita lì però non piace. Non ci è tagliato, come dire. Decide di andarsene per il mondo e provare a fare il gatto da esposizione, il gatto della nave, il gatto del cavaliere.

Ma non funziona. Perchè butta scintille colorate dai baffi senza farlo apposta. Le streghe lo riconoscono e lo salutano. Gobbolino ha pessime frequentazioni e reminiscenze magiche. Come può convincere tutti della sua sincera vocazione da gatto di casa?...

Bastoncello vive nel bosco insieme a Nonna Nodo. Porta sempre un cappello dove abita la sua migliore amica, la ragnetta Abigaille: un piccolo ragno molto femminile che fa gli incantesimi sbagliati perchè è un po' maldestra.

Un giorno Nonna Nodo si stufa di vedere sempre in giro 'sto vecchio cappello e lo brucia. A Bastoncello quasi quasi gli viene un colpo. La sua amica Abigaille per fortuna sta bene, ma bisogna cercarle una nuova casa...

Il leone, re della foresta, sta schiacchiando un pisolino. Un incauto topo gli corre proprio di fronte ai baffi e viene catturato. Implora il leone di non mangiarlo, dicendogli che appena potrà gli renderà il favore. Il leone, sbellicandosi dalle risate, gli ricorda che è solo uno sparuto topolino e non potrà mai aiutare un animale così grande e forte. Il topo approfitta del momento di distrazione e scappa via.

imagesMa qualche giorno dopo il leone viene catturato da una rete, messa nella foresta dai cacciatori. E più si contorce e più si dimena, più la rete si stringe intorno a lui. Senonchè, in quel momento, passa di lì il topolino...

Un piccolo tributo pomeridiano alla nostalgia. Sarà che piove.

giovedì, 08 maggio 2008
author: abigaill
category: lavoro, passato
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Qualcuno dice che non esiste, questa famosa scarsità di tempo. Che è tutta una questione di priorità. Ognuno ha la possibilità di scegliere in ogni momento cosa fare, cosa dire, cosa leggere, cosa scrivere: dunque, se non ho trovato un minuto per mandare un sms alla zia novantenne che compie gli anni, la verità non è che “non ho avuto tempo” ma che “questo non rientra nelle mie priorità”.

In linea teorica potrei pure essere d’accordo. Ma il momento attuale mi vede sommersa di priorità non esattamente rispondenti alle mie esigenze. Priorità un pelino imposte, come dire. Quindi il tempo io non ce l’ho per davvero. Sarà un alibi, forse? Per nascondere a me stessa che in realtà non ho più voglia di fare determinate cose? Può darsi. Ma forse anche no.

Ho fatto mille lavori. Tra cui il lustrascarpe, il facchino e il fachiro. Che tanto a me i rettili piacciono. Ne ho uno tatuato sulla pancia. Una lucertola che ormai sfiora la misura regolamentare del coccodrillo, dopo le mangiate abruzzesi.

No, dico davvero. Ho fatto mille cose diverse, a partire dai lavoretti delle superiori per avere un po’ di soldi in più per le uscite la sera e le vacanze. Cose tipo:

- babysitter a Tiziano e Leon due belve di sette e quattro anni

- cameriera in pizzeria con un viscidone di proprietario che te lo spiego

- insegnante di pianoforte ai bimbi bellooooooooo

- ripetitrice nel senso di chi dà ripetizioni

E poi i lavori che si fanno durante l’università, per gli stessi identici motivi:

- dispensatrice di volantini che almeno dimagrisci ma ti vengono due polpacci da centometrista

- promoter nei supermercati ho venduto giocattoli, olio per motore, shampoobalsamocremapercapelli, yogurt alla frutta, antigelo con spazzolina per il vetro ghiacciato…

- commessa Combipel e commessa BottegaVerde lo facevo sotto Natale per 2 o 3 mesi ogni anno , una sfacchinata allucinante ma soprattutto una sferzata motivazionale a dare gli esami il più in fretta possibile per finire sta benedetta laurea…però vuoi mettere gli sconti? …e i campioncini…? …e il mal di piedi?…

- semi-giornalista radiofonica memorabile anno a Radio Brescia Popolare: giravo in bicicletta, scrivevo i miei pezzi, leggevo il radiogiornale, imparavo un sacco…e nessuno faceva mai caso all’apparenza, tipo cosa mi mettevo addosso. Memorabile una mattinata passata alla conferenza stampa della Lega: il mio caporedattore, notando la mia polo verde annuncia ridendo alla redazione “mi sa che ci mandiamo Sara”… poi i leghisti mi accolgono con una ola simbolica, salvo rischiare un embolo alla mia dichiarazione “…io…ecco…sarei qui per Radio Popolare…”

Ma diciamo che non mi smentisco mai e, a dirla tutta, i lavori più assurdi e divergenti sono stati quelli che ho intrapreso DOPO l’agognata laurea in giurisprudenza, con buona pace della coerenza e del cammino lineare:

- impiegata in un ufficio di amministratori condominiali e bisogna pure mangiare con la crisi che c’è in giro o no?

- impiegata in banca virtuale – funzione marketing che qui ci sarebbe da aprire una bella parentesi perché un posto così altisonante non si può rifiutare anche se poi ti ritrovi in un call center –della banca, certo, della banca- a rispondere al telefono per sei ore consecutive senza pausa con un auricolare impiantato nell’orecchio e il suono dello squillo ormai radicato nel tronco cerebrale BuongiornoservizioextensivesonoSaracomepossoesserleutile?

- addetta alla contrattualizzazione dei fornitori in un’azienda dopo un master in Logistica anzi a dirla tutta in Gestione della filiera logistico-produttiva o qualcosa del genere, circondata da ingegneri e da economisti e io che facevo sei ore in banca con il magone e poi correvo al master per altre quattro ore ogni giorno a sentire cose assurde ma era una via d’uscita o qualcosa di simile

- disoccupata esperienza utilissima e interessante, dopo un licenziamento dalla banca che è costato anni di vita ai miei genitori e reazioni poliedriche dei miei amici -ti sei coooosa????- e con un master in mano, bel bella mi accingevo a lasciare il fidanzato/convivente/quasi marito e a prendere un appartamentino da sola che avrei pagato con…con cosa, esattamente?? bah…il mondo non aspetta solo me?

- commessa in Decathlon eh beh l’esperienza ce l’avevo, una laurea e un master pure, chi stava meglio di me?

- semi-giornalista al Bresciaoggi non si accettano battutine sarcastiche… ha un’ottima tiratura in Brescia e provincia, una diffusione capillare, l’attenzione ai grandi temi…

- commentatrice di fiabe con una rubrica tutta mia su questo sito: magari qualcosa di mio si trova ancora

- progettista (nel senso di lavoratrice a progetto) per l’Università degli Studi di Brescia e qui uno dice ottimo, almeno sei rientrata nella normalità delle cose, collaboravi con la cattedra del tuo prof. di laurea come tutti i bravi giuris-prudenti? …e invece no, perché a me le cose semplici mi danno noia. Collaboravo con la facoltà di Ingegneria, con un professore scoppiatissimo a fare cose assurde tipo gestire la parte giuridica di progetti di innovazione tecnologica nelle imprese e organizzare convegni e cose così.

Per dire. Ma solo per dire.

Si, lo so, non è che sia così interessante leggervi tutte le cazzate che ho fatto, i classici tre passi avanti e due indietro come la lumaca che sale per il muro. E io non è che sia proprio una lumaca, anzi.

Però a me serve ricordare. Ricordare tutte le volte che mi alzavo senza una ragione per fare le cose più assurde. Ricordare i mal di pancia della domenica sera, quando pensavo MA IO CHE CI FACCIO QUI o COSA CACCHIO STO FACENDO DELLA MIA VITA.

Perché io mi lamento, ora, è vero. Sono noiosa come una zecca. Non ho tempo di fare questo. Non ho tempo di fare quello. Non ho tempo di scrivere il blog. Di riprendere a suonare. Di tenere la casa in ordine. Di dipingere i quadretti con il pesce palla che mi ero ripromessa. Di prendermi cura di me e del mio corpo. Di leggere tutti i libri che ho comprato. Di cucinare cose buone. Di andare a Yoga. Di scrivere il terzo libro.

Perché il lavoro mi sta mangiando tutte le energie. Mi strema. Questo progetto che mi è piovuto addosso mi sta assorbendo testa, cuore, anima, forze. Ho paura di non farcela. Ho paura di sbagliare. Ho l’ansia del tempo. Che corre, quando a me è sempre andato troppo piano.

Però non posso dimenticare che essere qui a “fare i libri” l’ho voluto io, con tutte le mie forze.
L’ho desiderato, immaginato, chiesto, pregato, anche se sembrerà assurdo.
Quindi ora giù la testa e pedalare.
Anche se si sale, madonna se si sale.

PS Per gli scettici sull’utilità del mandare un sms con gli auguri alla zia novantenne, ricordo che mia madre (che certo novantenne non è, ma neppure ragazzina –anche se lo sembra, ovviamente-) ha ormai definitivamente archiviato l’obsoleto “chiamami quando arrivi”, preferendo l’incisività di espressioni come “teniamoci messaggiati durante il viaggio”…