lunedì, 23 giugno 2008
author: abigaill
category: viaggi, acqua
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Ho un occhio nero.

In realtà non è proprio nerissimo ma un po’ violetto sullo zigomo e il gonfiore si vede solo di profilo.

Mi piace un sacco. Passo davanti agli specchi del bagno e lo guardo. Entro nell’ascensone e mi specchio. Dalla scrivania sbircio i vetri dell’ufficio che mi riflettono. Mi piace avere un trofeo.

“Sara, che cos’hai lì?”

“Eh beh sai, sabato ho fatto rafting e quando il gommone si è ribaltato ho preso un remo in faccia”.

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Che forza. Non mi sentivo così orgogliosa da quando sono decollata con il paracadute dalla spiaggia in Tunisia. È vero, non sono mica partita per un tour on the road del Madagascar. Però nel mio piccolo….

Il mio corpo mi piace quando porta i segni delle esperienze attraverso cui sono passata. I corpi incontaminati non mi piacciono. Specialmente quando la verginità è di ritorno, perché i segni sono stati cancellati. Mi ricordo che quando facevo Capoeira un po’ seriamente mi insaccavo sempre le dita dei piedi. Soprattutto il secondo dito, quello vicino all’alluce, perchè nel mio caso è un po’ più lungo degli altri (si, lo so, come quello della Venere di Milo…la raffigurazione della bellezza…eccisarà un motivo…!) e insomma me li fracassavo sempre perché Capoeira si fa a piedi nudi.

Dunque li fasciavo, i miei ditini lunghi e insaccati come salami. Mi mettevo questa garza bianca, come i ballerini. Mi piaceva essere una Capoerista che si fa male ai piedi perché entra nella roda e gioca al ritmo del berimbau.

Per questo mi specchio e sorrido al mio occhio nero. Nelle sfumature viola c'è il fiume che mi solleva in alto e poi mi fa ricadere, ci sono le urla che coprono il suono possente dell’acqua e la paura della velocità che si trasforma in adrenalina.




venerdì, 20 giugno 2008
author: abigaill
category: amici
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E' morto Piero.

Aveva mille anni, ma non si disfaceva come i vecchi. Perchè era un poeta e un critico d'arte posseduto da una curiosità industriosa. La sua mente era tagliente come una lama.

Mi voleva bene. Tifava per me. Io, se fossi nata cinquant'anni prima, avrei certamente tifato per lui.

"L'orto mi appare come un miracolo di fronte agli occhi. Le erbacce vanno tolte, il terreno è secco. Questa terra ha bisogno di me."

 

Nulla, solo un po' di malinconia, ecco tutto.

venerdì, 20 giugno 2008
author: abigaill
category: parole, passato
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Titoli sensati non me ne vengono. Ma chissenefrega. È venerdi. Sia lodato il cielo o chi per lui. Shiva, Budda, Maometto, Zeus, chi vi pare.

Sono stanca. Stanca morta. Il lavoro mi prosciuga e –cosa che mi fa abbastanza incazzare- la sera divento accidiosa. Non faccio null’altro. Non ne ho voglia.

Ieri mi girava in testa l’idea di scrivere qualcosa su quell’attore di due anni fa, quello dagli occhi tristi che se n’era partito per la Scandinavia dopo avermi aiutato con la presentazione del libro. Devo dire che era venuta fuori anche una cosa carina, con i piedi nudi e i fogli che volavano, con i miei monologhi e le sue letture, con il violinista che accarezzava l’aria calda di luglio. Quella sera c’erano tutti i miei amici e tantissima gente che non vedo più, il cortile del simil-chiostro del parco era pieno pieno pieno, chissà dove sono andati a finire tutti, chissà che fanno.

Insomma ieri sera mi erano venute in mente un sacco di cose su quella presentazione e su quel periodo in generale, giugno-luglio del 2006, i ricordi mi venivano addosso a onde, una specie di vaso di Pandora scoperchiato dall’ultimo post. Comunque. Avevo un sacco di frasi in testa, con le parole belle una dopo l’altra. Volevo scrivere dei pomeriggi al parco con l’attore a inventare frasi e storie, scavando nel mio passato per raccontare cosa volevano dire tutte quelle mie pagine. Ritagliavo ore dai vari lavori, accumulando permessi e ritardi. Ma lì su quel prato in mezzo alle letture e ai fogli sparsi c’ero davvero io, per la prima volta con una forma autonoma e definita che non si rifletteva in nessuno specchio, per la prima volta scollegata davvero da tutto, una piccola luce danzante.

Nella mia fase precedente -laurea-convivenza-lavoro in banca- avevo fatto una bella indigestione di realtà. In quel periodo, invece, ormai lontana da tutto, abitavo il mio ombelico. E quanta gente ci girava attorno, attratta irrimediabilmente: tutti orbitanti e rotolanti come le gonne dei dervisci.

Mi manca quel carrozzone? Era un cortile per bambini, in fondo. Una piccola lotteria, una festa di paese. Era un gioco. Lo so bene. Mentre ora il campo è di quelli regolamentari. Niente più calcetto a cinque, niente più partitelle tra amici. Va bene così, sto facendo il fiato.

In fondo io non ho paura della realtà. Solo che vorrei ricominciare a scriverne.

Per colorarne i bordi, santiddio.

Per alleggerirla, sfumarla, soffiarci dentro l’aria.


martedì, 17 giugno 2008
author: abigaill
category: viaggi, passato
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Luglio 2006. L’ultima Italia-Francia. O quantomeno l’ultima che ho visto.

La sera della finale mondiale me ne stavo sciolta sul divano, con Gemma e Virgola vagamente zampettanti intorno. Ero appena tornata da un we di quelli very sporty, quindi per me completamente inusuali. Ridotta tipo l’ombra di me stessa.

Degli amicidiamici mi avevano invitato ad una allegra scampagnata in montagna -una bella gita di inizio luglio in mezzo alla natura- che si era rivelata ben presto una devastante scalata alle cime prealpine dell’alta bergamasca. Eravamo in venti, di cui una quindicina di iscritti al CAI, tre energumeni palestrati, la mia amica Vale ed io.

Lei, neppure a dirlo, camminava di buon passo. Io, da Valdostana farlocca, arrancavo miseramente.

La salita ci aveva impegnato tutta la mattina e parte del pomeriggio. Un’impresa titanica. Solo per me, ovviamente, dato che gli altri si erano già ampiamente sistemati in bivacco quando il nostro arrivo era ancora nella mente di Dio.

Io, Vale e due ragazzi mossi a pietà (e vagamente broccolanti nei nostri riguardi) eravamo rimasti indietro. Era scoppiato un temporale allucinante, con tuoni e lampi e acqua a secchi. Della serie d’un tratto il cielo si oscurò e si spalancarono le porte dell’inferno. Chi è abituato alla montagna sa cosa intendo. Da farsela sotto, soprattutto in un bosco.

Giunti al rifugio, eravamo bagnati come spugne. Io, poi, ero assolutamente priva di un qualsivoglia cambio asciutto (ecchisselo porta, il coprizaino???).

Va beh, tutto questo per dire che la sera della finale mondiale ero morta e sepolta. Bella la gita, neh. La notte in bivacco con i vestiti prestati e le scarpe sulla stufa, la passeggiata ai laghetti in quota la mattina dopo, con il sole che sembrava vicinissimo e l’aria tersa, azzurra, pulita…bella, proprio proprio bella. Però ora lasciatemi vegetare in pace sul divano di casa mia, che mi guardo sta finale.

Due anni, perdincibacco.

Un mucchio (selvaggio) di differenze si snodano tra quella serata e questa qui. In ordine sparso:

1. Fa un freddo porco. Dove diavolo vorresti andare a fare una gita? In montagna COME MINIMO ci sono venti cm di neve e il we a Venezia che pregustavi -per imbucarti aggratiss in piscina- è saltato miseramente causa allagamenti più imponenti del solito

2. Hai un lavoro. Non che all’epoca non facessi una cippa (vedi post precedenti sui mille mestieri di Sara in 10 puntate) ma certamente non avevi lo stress che oggi hai addosso, l’ansia da prestazione e la sensazione che se non farai tutto per il meglio il pianeta dell’editoriagiuridicaitaliana imploderà come un buco nero

3. Sei a Milano. Embè? Non è mica un cambiamento da poco. Hai un sacco di PM10 in più nei polmoni e tanti tic da abituale viaggiatrice in metrò

4. Nella tua vita non c’è più traccia di suonatori di corno francese, organizzatori di eventi simil-letterari e simil-musicali, attori malinconici e autori di acquerelli che campeggiano sulla copertina di bellissimi libri. Tutti quei nomi e storie e casini sono scomparsi. D'altronde la sabbia vola via così velocemente. Solo le rocce sanno aspettare pazientemente per undici anni undici. Ma questa è un’altra storia.

Va beh, quindi forza ragazzi…un po’ di animo! Forza Italia! No no no ODDIO volevo dire forza Azzurri! Alè alè alè.

Vittorio cercherà di spiarvi tra una diretta e l’altra.

Io e Billa, invece, vi guarderemo sciolte sul divano.

Perché certe cose non cambiano proprio mai…

giovedì, 12 giugno 2008
author: abigaill
category: lavoro, giorni
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... e anche alla svelta. Il lavoro oggi è un tritacarne. Vado a fare un bel massaggio.

Magari stasera scrivo. O magari apro un libro appoggiata sulla spalla di Vit, avvolto in eurovisione dal maggico mondo del pallone che rotola.

Tipo ieri, che mentre girovagavo senza meta tra una cosa e l'altra della mia roteante e scintillante serie di attività quotidiane ho detto (così, ma giusto per inciso)

"...io,a dirla tutta, tiferei Turchia. Nulla contro gli svizzeri, eh, però..."

Non ho fatto in tempo a finire la frase. 92'. Gol. Svizzera a casa.

Vit ha toccato ferro, giusto perchè i napoletani sono un pelino superstiziosi.

Ovviamente non mi farà mai vedere l'Italia domani sera. Pazienza.

Ripiegherò sul punto croce...

 

martedì, 10 giugno 2008
author: abigaill
category: amici, passato
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Quando sono tornata da Aosta.

Quando ho raccolto da terra un fantasma.

Quando il silenzio della casa vuota non mi faceva dormire.

Davvero, lo so.

La felicità si raggiunge a nuoto, dicono. Io ho preso il ritmo, è vero. I tuoi occhi non dicono altro, mi urli nella testa che tutto è fragile. Che io non posso capire.

So che ti senti così, e poco posso fare. Ma solo se decidi di uscirne con tue gambe, amica mia, saprai di esserne davvero capace.

domenica, 08 giugno 2008
author: abigaill
category: musica, passato
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Il lavoro oggi mi pesa, ho le mani stanche, gli occhi stanchi. I tasti e le corde non rispondono al mio tocco. 

Dalla stanza accanto mi arrivano le voci della classe di solfeggio.

Do-o Fa-a La-a; Mi-i So-ol Do-o.

Vedo le mani dei bambini alzarsi, le loro bocche muoversi, vedo dentro la testa le loro piccole mani che spargono benedizioni muovendosi nell’aria seguendo le note sulle righe, battendo il tempo di una piccola danza.

Il ritmo non cede, non cala. Forse solo a tratti si trasforma, prende un movimento ondulatorio, un reflusso ipnotico. 

Il solfeggio è una strana specie di trance collettiva. Le voci ritmate creano un suono completamente diverso dalla loro semplice somma o sovrapposizione. 

Il conservatorio aveva aule alte e lunghi corridoi con le vetrate: le voci si arrampicavano su per i muri fino al chiostro, facendo vibrare in modo sottile l'aria. Qui invece le pareti assorbono gli eccessi e puliscono le spine degli echi. Il legno scricchiola docile lasciandosi attraversare dalle onde.  

Oggi non riesco a concentrarmi. Il pianoforte soffre sotto le mie dita imprecise mentre ripeto gli stessi errori in maniera densa e viscosa.

Ancora. Tasto. Dito, tocco.

Punta, sorpasso, veloce, più veloce. Rotola, rotola, rotola.

In alto inizia il verso, si accascia verso il centro ma non muore, riprende e cresce con luce più chiara, come un’alba, piano.

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venerdì, 06 giugno 2008
author: abigaill
category: musica, amici
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vasco

Tu che dormivi piano
quasi non ti sentivo
ed allungavo la mano
tra le lenzuola il tuo viso

Io respiravo piano
in quel silenzio calmo
il giorno entrava dal vetro
più che indeciso, sorpreso

Illuminava scontroso il tuo viso
geloso o forse stupito
ma ecco i tuoi occhi si schiusero appena
"da quanto tempo sei sveglio?"

Io sono qui da sempre anima mia
tu sei......beh
Vidi un sorriso bagnarsi di pianto
"dimmi soltanto il tuo nome"

Le anime calde si fusero insieme
sospese in mezzo alla stanza
mentre il soffitto sembrava cadere
stringevo in pugno la vita.

"Guarda che puoi restare qui
qui...fino a quando vuoi"
lei non rispose uscì dal letto e poi
potrei giurarlo....volò via.

mercoledì, 04 giugno 2008
author: abigaill
category: lavoro
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Dire no è come una formula magica, meglio di Bidibibodibibù o di Abracadabra.

Giuro, una soddisfazione pazzesca.

Certo io sono una neofita: non ho mai avuto molta dimestichezza con la fase di negazione e con la chiara imposizione di limiti. Sono sempre stata vittima della sindrome della brava bambina che deve piacere a tutti. Una rottura pazzesca, me ne rendo conto.

Anche perché lavorare su sé stessi è difficile e lo si fa solo se si hanno le spalle al muro e una pistola puntata alla tempia. Se è questione di sopravvivenza, in breve. E io ora ci sono davvero in mezzo, alla tempesta, e cerco zattere e tronchi galleggianti perché voglio uscire in piedi dal delirio nel quale da un paio di mesi si è trasformato il mio lavoro.

A dirla tutta già uscirne viva lo considererei un ottimo risultato.

Quindi devo dire no. Non ci sono altre possibilità. Tipo un ni, un forse, un vediamo.

Quando è no è no. Punto. Altimenti non ne usciamo più.

Bello, eh, il mio lavoro. Chi dice niente. Però le responsabilità che mi ritrovo tutte insieme accelerano in maniera irrimediabile il battito del mio cuore che ormai viaggia stabile alla quota del purosangue Varenne al culmine dell’allenamento all’ippodromo e imbottito di steroidi.

Almeno mi si chiudesse lo stomaco! Macchè. Mangio pure come un autotreno.

E allora davvero devo dire no. Perché tutti non li posso ascoltare. Perché attenzione per tutti non ce l’ho. Perché devo decidere io cosa è più importante, cosa è più urgente, cosa non può essere rimandato. Perché non posso farmi mettere i piedi in testa dagli autori, che sono la metà di mille e se no ognuno fa quello che vuole. Perché a volte mi ritrovo di fronte a richieste assurde. Perché le persone spesso non rispettano i tempi, le condizioni, gli accordi presi. Perché chi ti sta intorno non sempre rema insieme a te ma a volte vuole farti le scarpe.

“Dato che ci sarà un intero team di specialisti a lavorare sul mio volume ho milioni e trilioni di richieste precisissime…voi siete lì apposta per me, no?”

“La scadenza era il mese scorso ma la nonna è stata male e i collaboratori hanno la dissenteria e ho una causa urgente per danni causati da un elefante scappato dal circo…ma va bene lo stesso se consegno fra due settimane, no?”

“Cara, dato che tu non hai mai fatto questa cosa e io sono gigalioni di anni che me ne occupo, ti consiglio di fare questo e questo e quest’altro così decido io i tempi i modi le priorità e già che ci sono mi allungo un attimino sui meriti…tu stai più tranquilla, così, no?”

“Il capitolo due andrà al posto dell’uno ma mettiamo un 3b diviso a metà e scritto al contrario da sinistra a destra così da leggerlo solo allo specchio…fico, no?”

“Voglio una copertina con la Gioconda, non mi interessa se non si può, io la voglio, la voglio, la voglio e basta…perché devo essere accontentato in tutto, sono il nuovo Tolstoj del diritto e questo libro è un capolavoro, no?”

No, no, no, no, no e ancora nooooooooo!!!!!!

E tanti saluti alla diplomazia, al colpo al cerchio e a quello alla botte.

Perché da come sto messa in questo periodo io ho una sana voglia di tirargli appresso il cerchio, la botte e se non sono ancora stesi gli tiro pure una capata sul naso.

Così le smettono di rompermi le palle.