Ho un occhio nero.
In realtà non è proprio nerissimo ma un po’ violetto sullo zigomo e il gonfiore si vede solo di profilo.
Mi piace un sacco. Passo davanti agli specchi del bagno e lo guardo. Entro nell’ascensone e mi specchio. Dalla scrivania sbircio i vetri dell’ufficio che mi riflettono. Mi piace avere un trofeo.
“Sara, che cos’hai lì?”
“Eh beh sai, sabato ho fatto rafting e quando il gommone si è ribaltato ho preso un remo in faccia”.

Che forza. Non mi sentivo così orgogliosa da quando sono decollata con il paracadute dalla spiaggia in Tunisia. È vero, non sono mica partita per un tour on the road del Madagascar. Però nel mio piccolo….
Il mio corpo mi piace quando porta i segni delle esperienze attraverso cui sono passata. I corpi incontaminati non mi piacciono. Specialmente quando la verginità è di ritorno, perché i segni sono stati cancellati. Mi ricordo che quando facevo Capoeira un po’ seriamente mi insaccavo sempre le dita dei piedi. Soprattutto il secondo dito, quello vicino all’alluce, perchè nel mio caso è un po’ più lungo degli altri (si, lo so, come quello della Venere di Milo…la raffigurazione della bellezza…eccisarà un motivo…!) e insomma me li fracassavo sempre perché Capoeira si fa a piedi nudi.
Dunque li fasciavo, i miei ditini lunghi e insaccati come salami. Mi mettevo questa garza bianca, come i ballerini. Mi piaceva essere una Capoerista che si fa male ai piedi perché entra nella roda e gioca al ritmo del berimbau.
Per questo mi specchio e sorrido al mio occhio nero. Nelle sfumature viola c'è il fiume che mi solleva in alto e poi mi fa ricadere, ci sono le urla che coprono il suono possente dell’acqua e la paura della velocità che si trasforma in adrenalina.










