giovedì, 20 novembre 2008
author: abigaill
category: mondo, aria, futuro
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Avremo quote d’aria.

Ne compreremo a metri cubi, la stiveremo in cantina dentro appositi recipienti pressurizzati.Ci saranno sistemi di ricircolo che la porteranno in tutte le case, in tutti gli uffici. Tunnel di vetro uniranno ogni ambiente abitato, le città saranno immense distese di tubi in cui ci muoveremo come formiche.

Confonderemo il fuori e il dentro, fino a che il fuori per noi non avrà più alcun senso.

Avremo bolle morbide di plastica personalizzate per muoverci nei grandi spazi. Enormi polmoni come quelli degli astronauti ci seguiranno a ogni passo.

All’inizio ricorderemo con nostalgia l’aria salmastra o l’aria di neve. Per i nostri figli queste idee non avranno invece alcun senso. Per loro l’aria sarà solo un ricircolo, un bottone da premere, una dialisi a cui ci si rassegna.

Dacci oggi la nostra quota d’aria quotidiana, diranno nelle chiese.

Non tutti potranno comprarsela. I poveri respireranno l’aria usata che uscirà dai tubi delle case. I ricchi invece conserveranno gelosamente i costosissimi profumi e gli odori contenuti in boccette colorate. Il respiro di ogni posto, di ogni città, di ogni paese.

Tutti gli altri vivranno a metà, cercando di respirare a piccoli sorsi.

obama

Siamo ancora in tempo a togliere il cappio del petrolio che ci siamo messi al collo. Lo dico sottovoce a te, perché l’unico colore che per me conta è il verde delle tue idee.

giovedì, 13 novembre 2008
author: abigaill
category: racconti
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Non ho tante idee creative, ultimamente. La mia testa galleggia sulla superficie dell'acqua. Si occupa di cose serie, di progetti, di lavoro.

Anche con un discreto risultato, devo ammettere.

Però la fantasia latita. Solo qualche incipit, qualche timido inizio. Come questo.

Il bottone non si chiude, la cerniera non sale e io sto esplodendo.

Una valanga di grasso rischia di travolgere le commesse.

Vedo già il panico sulle loro facce: si agitano come mosche cercando di raggiungere l’aria mentre il magma le sommerge e scioglie le loro gambe magre e sode. Cercano di scappare con le loro zampette da topo ma non trovano vie d’uscita.

Ma non è la cosa peggiore.

Mia madre mi aspetta qui fuori con un sorriso che significa “ti prendo l’altra taglia, tesoro”.

Questa è senza dubbio la cosa peggiore.

Non troveremo nulla, come tutte le altre volte. Perché il punto è che io sono grassa. Non sovrappeso o in carne o rotondetta, ma proprio grassa. E lei non lo vede. Ho smesso di credere che mi trascini in questi posti per umiliarmi. Questo è un problema suo. Ciò di cui ama convincersi non ha nulla a che vedere con la realtà delle cose. A mia madre la roba che metto non piace. Così mi trascina qui, nei negozi normali, nei camerini normali, con queste luci che uccidono. Non riesco a guardarmi negli specchi illuminata di bianco, liquida e flaccida come una morta. Al mercato provo i vestiti nel camioncino, con la porta scorrevole che si chiude di peso e uno specchio sbilenco. Al buio.

Lei respira facendo un piccolo sibilo, appoggiata alla parete qui fuori. “Any, hai fatto? Come ti stanno?” poi scosta la tenda e mette dentro la testa, osservando senza espressione il mio equilibrio grottesco e la gabbia lucida che mi si appiccica alle gambe.

“Ti prendo l’altra taglia, tesoro”.

Mi chiamo Anaïs. Come la scrittrice.

È impensabile riuscire a vivere tranquilli con un nome del genere, soprattutto perchè il diminutivo suona osceno ad un qualsiasi maschio dai sei ai venticinque anni. Se sei magra, bionda e indossi strani cappelli puoi anche pensare di limitare i danni. Ma questo non può avvenire se, oltre a chiamarti Anaïs, pesi 98 chili.

In quel caso sei semplicemente ridicola.

E, ovviamente, nessuno te lo perdona.

Non sono stata sempre grassa. Da piccola ero una bambina con le treccine, i sandaletti bianchi e singolari abitudini. Avevo il vizio di inarcare la schiena fino a srotolarla tutta, come i gatti. Un sacco di volte durante la giornata. Quando ero in quarta elementare mia madre iniziò a pensare che poteva trattarsi di qualche malattia, così mi fece visitare da uno di quei dottori che per dieci minuti di visita si prendono la tariffa piena.

Era un signore imponente che io guardavo dal basso, incantata dal suo profumo che mi pungeva la gola. Mi fece spogliare. Mentre mi visitava sentivo le sue dita calde sulla schiena e tenevo gli occhi chiusi. Quando il dottore mi fece rivestire si abbassò fino a guardarmi negli occhi e mi disse: “Non hai nulla che non va, signorina, la tua schiena è drittissima, una schiena da modella”. Il mio stomaco era scomparso d’improvviso. Mia madre pagò il dottore senza espressione e mi trascinò via.

I sogni dei bambini sono stupidi e il mio non era diverso dagli altri. Era un sogno banale e inutile, di seconda mano, che non mi assomigliava per niente. Non l’avevo immaginato da sola: me l’aveva abbandonato nella testa un dottore alto di cui mi ero innamorata.

È una cosa comune, il prendere sogni in prestito, l’avrei scoperto più tardi. Non importa quanto bello sia il desiderio in sé. Il punto è che non appartiene a noi, ma ce lo porta in dote qualcun’altro. L’amore ci convince che le sue passioni siano le nostre e che i suoi respiri siano una cosa sola con quelli che riempiono i nostri piccoli polmoni. Una volta trovata una traccia, una strada, ci spinge a seguirla fino in capo al mondo.

Io non chiedevo altro.

Avrei fatto la modella. Era sempre stato il mio sogno.