Ed eccoci nuovamente all’amicizia: il tema del periodo, com’era previsto, si ripropone. Ieri sera sono andata a dormire da un’amica che non frequentavo da un po’. Una sorta di tardivo pigiama party. Va da sé che quindici anni li ho avuti quindici anni fa (e meno male, aggiungerei) dunque questo stratagemma ci ha permesso solamente di fare 4 chiacchiere in santa pace senza l’ansia del ritorno a casa, che da quando abito a Milano è un must: non penso tanto a dove andare quanto al come andarci e al come tornare a casa. Quindi ci siamo dette: via i pensieri, resto da te.
Abbiamo gustato una splendida cenetta a base di zuppa di zucca (ho un debole per le allitterazioni) di bistecchine dietetiche (tanto me ne mangio ventidue) e di pomodorini sott’olio. Sembravamo le amiche della pubblicità, quelle tutte sorrisi e risate, con la minestra e i crostini dorati che si scambiano confidenze su una terrazza d’estate di fronte al mare. A parte che i crostini erano le fette biscottate al malto d’orzo, che lei abita a Precotto dunque più che il mare si vedono le brume della tundra e che fa un freddo bastardo...ecco, a parte questo eravamo uguali a quelle di That’s amore Findus.
Che storia. Cioè, che bella la mia, la nostra, di storia.
Davanti a un buon bicchiere di rum al miele, mentre l’ascoltavo parlare di concorsi e dottorati e nuovi fidanzati e trasferimenti e Roma e Milano e Canarie -che noi non stiamo mai ferme- ho pensato: ma come faccio a perdermi tutto questo.
Tutte queste parole, tutto questo passato.
Tutto il mio, tutto il suo, che sono anche legati se vuoi, perché ci conosciamo da vent’anni. Ed è vero che da quando sono qui ci siamo viste poco e che da quando si è traferita anche lei per strane coincidenze lavorative e di ricerca casa ci siamo viste ancora meno, però come succede con le amiche vere non mi sembrava di avere interrotto mai nulla. Tutto il tempo vissuto insieme non è trascorso invano e non bastano anni adulti in giro per le proprie vite per perdersi definitivamente. Per fortuna. E anche quando lei mi raccontava di situazioni contingenti di cui non conoscevo tutti i particolari, avevo comunque in testa una visione chiarissima di come è lei, della sua natura profonda e del modo di reagire alle cose, una specie di visione d’insieme forse un po’ distaccata ma certamente arricchita dal tempo e dallo spazio. E potevo dare il mio parere con tranquillità, perché lei non mi è mai sconosciuta.
Davanti a una tisana al lampone e echinacea, sedute per terra sui cuscini, ho pensato: tante cose che considero ovvie, come l’avere dei rapporti di amicizia stretti e intensi con persone interessanti intense e positive, non sono in realtà ovvie affatto.
Ho sorriso, perché mi sono sentita a casa.
È stato bello vederla, abbracciarci di nuovo da sole noi due e parlareparlareparlare fino a notte. La verità è che io nei rapporti umani importanti ho questa debolezza della elettività solitaria, questo bisogno di noisenzanessunaltroalmondo, questo senso di totalità che prescinde il reale. Voglio la concentrazione e le parole che scavano, gli occhi negli occhi, l’intensità, il succo distillato, l’assoluto. Cerco di educarmi alla socialità, allo spirito di gruppo e alla condivisione più ampia, ma faccio molta fatica e non mi gratifica allo stesso modo.
La mia vita qui a Milano mi sta insegnando la diluizione, la pazienza, il ritmo. È necessario sia per la realtà che per le parole che metto nei libri. Mi serve perché una canzone non può avere solo ritornelli e anche la nota più bella non può essere ripetuta per sempre. Mi serve perché ogni istante ne ha uno prima e uno dopo e non possono possedere tutti la stessa intensità.
Però io sono così –lo sai- e venire da te, Anto, che mi conosci, che mi leggi, che sei testimone del mio passato e delle cose vere, senza vestiti, senza trucchi, senza unghie laccate, è stato come respirare.