venerdì, 30 gennaio 2009
author: abigaill
category: musica
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"...in un inferno, mio signor G, via non diciamo frasi così...tutto s'aggiusta, questo è il tuo motto, non lo ricordi...hai sempre avuto quello che hai dato...!

Era tanto che non mi prendevo una fissa seria. Una del genere, quantomeno.

Signor G, chapeau.

mercoledì, 21 gennaio 2009
author: abigaill
category: amici, tempo, passato
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Ed eccoci nuovamente all’amicizia: il tema del periodo, com’era previsto, si ripropone. Ieri sera sono andata a dormire da un’amica che non frequentavo da un po’. Una sorta di tardivo pigiama party. Va da sé che quindici anni li ho avuti quindici anni fa (e meno male, aggiungerei) dunque questo stratagemma ci ha permesso solamente di fare 4 chiacchiere in santa pace senza l’ansia del ritorno a casa, che da quando abito a Milano è un must: non penso tanto a dove andare quanto al come andarci e al come tornare a casa. Quindi ci siamo dette: via i pensieri, resto da te.

Abbiamo gustato una splendida cenetta a base di zuppa di zucca (ho un debole per le allitterazioni) di bistecchine dietetiche (tanto me ne mangio ventidue) e di pomodorini sott’olio. Sembravamo le amiche della pubblicità, quelle tutte sorrisi e risate, con la minestra e i crostini dorati che si scambiano confidenze su una terrazza d’estate di fronte al mare. A parte che i crostini erano le fette biscottate al malto d’orzo, che lei abita a Precotto dunque più che il mare si vedono le brume della tundra e che fa un freddo bastardo...ecco, a parte questo eravamo uguali a quelle di That’s amore Findus.

Che storia. Cioè, che bella la mia, la nostra, di storia.

Davanti a un buon bicchiere di rum al miele, mentre l’ascoltavo parlare di concorsi e dottorati e nuovi fidanzati e trasferimenti e Roma e Milano e Canarie -che noi non stiamo mai ferme- ho pensato: ma come faccio a perdermi tutto questo.

Tutte queste parole, tutto questo passato.

Tutto il mio, tutto il suo, che sono anche legati se vuoi, perché ci conosciamo da vent’anni. Ed è vero che da quando sono qui ci siamo viste poco e che da quando si è traferita anche lei per strane coincidenze lavorative e di ricerca casa ci siamo viste ancora meno, però come succede con le amiche vere non mi sembrava di avere interrotto mai nulla. Tutto il tempo vissuto insieme non è trascorso invano e non bastano anni adulti in giro per le proprie vite per perdersi definitivamente. Per fortuna. E anche quando lei mi raccontava di situazioni contingenti di cui non conoscevo tutti i particolari, avevo comunque in testa una visione chiarissima di come è lei, della sua natura profonda e del modo di reagire alle cose, una specie di visione d’insieme forse un po’ distaccata ma certamente arricchita dal tempo e dallo spazio. E potevo dare il mio parere con tranquillità, perché lei non mi è mai sconosciuta.

Davanti a una tisana al lampone e echinacea, sedute per terra sui cuscini, ho pensato: tante cose che considero ovvie, come l’avere dei rapporti di amicizia stretti e intensi con persone interessanti intense e positive, non sono in realtà ovvie affatto.

Ho sorriso, perché mi sono sentita a casa.

È stato bello vederla, abbracciarci di nuovo da sole noi due e parlareparlareparlare fino a notte. La verità è che io nei rapporti umani importanti ho questa debolezza della elettività solitaria, questo bisogno di noisenzanessunaltroalmondo, questo senso di totalità che prescinde il reale. Voglio la concentrazione e le parole che scavano, gli occhi negli occhi, l’intensità, il succo distillato, l’assoluto. Cerco di educarmi alla socialità, allo spirito di gruppo e alla condivisione più ampia, ma faccio molta fatica e non mi gratifica allo stesso modo.

La mia vita qui a Milano mi sta insegnando la diluizione, la pazienza, il ritmo. È necessario sia per la realtà che per le parole che metto nei libri. Mi serve perché una canzone non può avere solo ritornelli e anche la nota più bella non può essere ripetuta per sempre. Mi serve perché ogni istante ne ha uno prima e uno dopo e non possono possedere tutti la stessa intensità.

Però io sono così –lo sai- e venire da te, Anto, che mi conosci, che mi leggi, che sei testimone del mio passato e delle cose vere, senza vestiti, senza trucchi, senza unghie laccate, è stato come respirare.

mercoledì, 07 gennaio 2009
author: abigaill
category: amici, passato, futuro
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Postarello grigio-azzurro per colorare l’inizio di gennaio. Si ricomincia: altro giro altra corsa.

Siamo in pochi in ufficio, tanti sono rimasti a casa bloccati, complici strade inspiegabilmente inagibili. Non c’è più sale –dicono- e Milano è un soufflè alla ricotta prima della cottura. Quaranta centimetri di neve bianca candida occupano pacificamente tutti gli spazi disponibili obbligando alla lentezza. Oggi nessuno corre e neppure io.

Vacanze belle e serene, tempo per la famiglia allargata tra Brescia e Napoli, tempo per gli amici anche se meno di quanto avrei voluto. Tempo per noi soprattutto, per l’idea della nostra casa che prende forma ogni giorno di più. Tempo per pensare e anche per scrivere, grazie ad un regalo pieno di senso, di attenzione, di ascolto, che dà ali alle mie parole più della RedBull. E per il quale un grazie solo non basta!

Amicizia. Ecco di cosa ho scritto. Ci sono state alcune coincidenze nell’ultimo periodo che mi hanno convinto della maturità del tempo.

Ho pensato ad una bambina che molto ho amato, in quell’età delicatissima della formazione d’identità, una bambina che non mi assomigliava per nulla eppure era parte di me. La sentivo vicina al mio cuore in un modo che non è stato poi di nessun altro e mi ha spezzato in due senza vergogna, sfrontata più di quanto io sia mai riuscita ad essere. Mi è mancata per così tanto tempo un’altra amica come lei e tante ne ho trovate in questi anni...diverse, adulte, certamente più interessanti. Ma lei era lei e lo sarà sempre, ho rinunciato a spiegarmelo, è forse una cosa da bambine, un piccolo mondo antico che ho dipinto a dovere per rendermelo confortevole come rifugio. Sarà questo, ma tant’è.

Ed eccola qui, mi appare sul Magico Mondo di Facebook, un regno di OZ dove non servono le scarpette rosse per tornare a casa. Con quindici anni di vita in più che neppure a raccontarli verrebbero bene, a provarci potrei incespicare nelle parole, rischiare di saltare interi cicli, soprassedere su persone che mi sembravano indispensabili, eliminare il superfluo ma anche tracce del necessario. Non è mica una passeggiata. “Racconta i tuoi ultimi quindici anni in quindici minuti”. Uelà. Ero così, ora sono cosà, ma sono passata attraverso questo, quello e quell’altro. Ci sarebbe da ragionare sui tagli, i sorvoli e le priorità. Ho come l’idea che lo spazio nella sua bacheca potrebbe non bastare.

Ho pensato anche a un caro amico, ma questo è un discorso diverso. La verità non esiste ma se esistesse avrebbe la forma delle nostre parole, anche queste ultime. Le ricordo tutte e le conservo in un posto caldo, stese al sole ad asciugare. Abbiamo riannodato un filo ed è forse banale dire che dopo le prime frasi mi sembrava di non aver mai interrotto nulla.

“Il mondo che mi aspettava a casa a volte sembrava non avere più senso”, questo più di tutto ha dato voce ad un pensiero che mille anni fa sentivo nello stesso identico modo. È andata così, forse è un peccato non averlo capito in tempo ma non voglio più guardare indietro perché rischio di camminare senza vedere la strada. Adesso il mio sguardo è al futuro, di cui voglio tu faccia parte, con i tuoi quadri e le tue storie e i tuoi racconti.

Potremo scegliere imbarchi diversi, saremo sempre due marinai.