giovedì, 26 febbraio 2009
author: abigaill
category: mare, amici, passato
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Mi ricordo di quell’estate come quella del mio primo vero gruppo, con quella pazza di Doris a fare da collante. Ero timida e pure bruttina mica male, con quel taglio a scodella che lasciamo perdere.

Quindici anni aspri.

A casa avevo gli amici profondi, pochi da tenere tutti in una mano, non un gruppo. I miei rapporti erano personali, di confidenza, di uscite tra pochi, in due o tre. Le dinamiche della collettività mi facevano arrancare. Stavo zitta, perlopiù, quindi scomparivo. E sinceramente non ero fatta per scomparire, quindi preferivo dinamiche più raccolte.

In breve, ero una rottura di palle già allora.

Il mare era bellissimo in quella Basilicata brusca, deserta per chilometri intorno. Avevamo un nido, con le tende e i letti a castello, quelle strane pensiline a listelli di legno che ci evitavano il fastidio di affondare con i piedi nella sabbia mista agli aghi di pino.

Doris era espansiva e piena di energia, la tipica ragazza curata, che si sa truccare e vestire, in città probabilmente non mi avrebbe degnato di uno sguardo. Ma lì eravamo in un altro mondo e lei non era così superficiale come voleva far credere, bastava grattare via un po’ della superficie dorata. E poi c’erano i tre romani. Tre ragazzi così diversi. Un angelo biondo, Jim Morrison sui generis, che Doris idolatrava. Un altro che sembrava sempre altrove, con gli occhi blu e un sorriso obliquo. E uno pieno di riccioli, che mi voleva bene.

Tanti altri metto sullo sfondo di quell’estate. Tanti nomi, tante persone, tante feste, tanta spiaggia, tanto stiamo insieme, tanto vieni anche tu, si, tu, quella timida, con quelle salopette colorate e i capelli da maschio, quella che a volte non sa cosa dire, quella che ha sempre paura di sembrare fuori posto.

Io avevo una storia da raccontare. La ricordavo a memoria, la recitavo in spiaggia la sera per tutti quelli che me la chiedevano. Era una storia scema che faceva un po’ paura. Non me la ricordo, ma ricordo come mi sentivo.

Avevo una parte. Nella rappresentazione c’ero anche io.

Amarcord.

PS Quello con i ricci ha fatto poi il fotografo. E, a dirla tutta, è parecchio bravo.

mercoledì, 18 febbraio 2009
author: abigaill
category: vita, amici, giorni
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Pensieri e parole di oggi (le opere e le omissioni al prossimo giro).

Primo pensiero del giorno

Tutti che si svuotano e poco poco riesco a farlo anche io. A volte mi sembra che il cammino verso la maturità sia qualcosa simile alla destrutturazione, qualcosa che assomiglia ad un togliere più che ad un aggiungere. Via le impalcature, via i travestimenti, via le reazioni automatiche. Lo spazio vuoto dovrebbe rimanere vuoto per almeno un po’.

Anche solo qualche mese, fino ad acquisire la giusta trasparenza.

Secondo pensiero del giorno

Ridere, ridere, ridere ancora. Quando non so che fare. Quando non ho idea di come reagire. Quando sento l’aggressività spingere dalle viscere. E vorrei lanciare un tavolo, urlare che cos’hai da guardare, cosa vuoi da me. Che una risata certo non mi seppellirà, non mi renderà ridicola. Mi darà il primo colpo in canna, se miro bene anche il definitivo.

In fondo io sono come mia madre: un clown. A cui hanno tirato via a forza il rossetto e la bombetta e il naso rosso, ma appena ti volti lei ti fa la boccaccia lo stesso. Perché è leggera dentro.

Val la pena di approfittare del dna, suvvia.

Terzo pensiero del giorno

Ballare (o provarci) non è poi così male. Mi diverte in modo impensabile sculettare davanti allo specchio di una palestra a ritmo di musica. Tutto merito di Ronald, americheeeeno nero e bello come il sole, il miglior ballerino del mondo che conosce muscoli ignoti ai più e te li scova anche se si nascondono. Anche se si rannicchiano dietro al pancreas e alla milza in silenzio silenzissimo. E sti cazzi, poi. Dopo un’ora con lui non ti muovi più per due giorni. Però vuoi mettere? Se me l’avessero detto un paio d’anni fa avrei avuto una crisi isterica.

Quarto pensiero del giorno

Oggi ho ricevuto in regalo una collana e un invito a cena. Ieri sera una telefonata che aspettavo da un anno. Sabato mattina una bellissima colazione. Venerdì sera una serata in cui mi sono sentita me stessa. Il tutto da persone interessanti (anche se una più speciale delle altre, ça va sans dire).

Quasi quasi inizio a invidiarmi da sola, va là.


giovedì, 05 febbraio 2009
author: abigaill
category: vita, nomi
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Mi sa che ho capito una cosa che inseguivo da tempo. 

Forse l’avvicinamento è stato inconscio, non so. In ogni caso è un bel po’ che rimesto nel calderone di tematiche a me care, quello dell’identità di genere e di sesso, quello del femminile e del maschile e di altre cose che gli somigliano. E oltre a rimestare nel calderone tutto interno della pancia profonda, della pancia-paura (ehi, tu, ricordi?), ho fatto anche delle cose nel mondo reale. Ho incontrato delle donne.

Donne che tornano. Dal passato, da altre vite, dai sogni.

Ho rivisto una persona importante per il mio cammino professionale, una mia insegnante dell’università. Ovviamente gli anni passano e noi non siamo più incastrate nel ruolo (ah, i ruoli...) di maestro-discepolo ma possiamo liberamente spaziare nei più mirabolanti equilibri dei rapporti umani. Ci siamo viste per un aperitivo e abbiamo provato (riuscendoci, per la verità) a essere semplicemente due donne con quindici anni di differenza che vedono le cose della vita da due punti diversi, ma neppure troppo distanti.

Tante cose sono venute fuori. Evocazioni. Il calderone ribolliva. Lo sentivo, dal rumore e dal calore. Le sue parole mi facevano molte volte eco. Un ritorno di voce chiaro, limpido.

Non riesci a mediare perché non sei sicura che quello che sei sia realmente giusto.

Tutto questo essere radical-chic è stupido e tu non devi adeguarti per forza.

Potrai essere serena in mezzo a tutto questo niente solo con radici forti e grandi capelli da muovere al vento.

Non userai mai il tuo essere donna come potere ma questo non vuol dire che l’energia non ti possa nutrire. 

E via così.

E poi uno dice fammi leggere l’oroscopo, va. Che inizio a fare cose frivole da donna. Che mi alleggerisco. Che mi ritrovo nella femminilità che stanno provando a infilarmi a forza, come un vestito troppo stretto e scomodo, come un vestito che non è mio. Le unghie, le scarpe, l’ombretto, l’ombrello.

L’oroscopo, già. Tipo quello di Internazionale.

"Se eliminassimo gli omosessuali e la loro influenza dalla cosiddetta cultura americana", ha scritto Fran Lebowitz, "resterebbe solo Ok, il prezzo è giusto!". È chiaramente un'esagerazione, ma contiene una parte di verità. Ti offro questo spunto per riflettere sulle sfumature dell'identità sessuale, Vergine. Se ti definisci eterosessuale, pensa a quali delle tue caratteristiche vengono di solito attribuite al sesso opposto. Considera la possibilità di essere al 65 per cento femmina, al 25 per cento maschio e al 10 per cento nessuna delle due cose, o magari al 15 per cento femmina, al 70 per cento maschio e al 15 per cento transessuale. Se sei gay, considera l'ipotesi che una parte segreta di te sia etero. Apri la tua mente al fatto che gli esseri umani possono essere di centinaia di sessi diversi.

E allora ho deciso di cucirmi indosso un vestito solo mio.

Con la gonna a pieghe, gli anfibi, le spalle larghe (che ormai tutte abbiamo, poche storie, in questo mondo qui)...

...e lo sguardo della donna più bella che conosca.