martedì, 20 ottobre 2009
author: abigaill
category: poesia, casa, famiglia
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...ma è riconoscersi dall'odore.

Chapeau.

Ma il buon Finardi ha detto anche dell'altro. Per esempio una cosa che solo cinque anni fa mi faceva rivoltare. Ma che dico rivoltare. Insorgere.
L'amore è fatto di gioia ma anche di noia.

Eh? No!
La noia è una cosa brutta, una cosa comoda, che ti fa sedere e più vuoi stare seduto più ti senti stanco. Quando avevo vent'anni ho anche litigato con un amico per questo, chissà se se lo ricorda. Lui diceva che l'amore non è una cosa romantica, una cosa pulita. Diceva che l'amore è arrivare ad accettare che l'altro possa anche sputare nel tuo piatto.

E io gridavo non lo voglio allora! Io non voglio quel fiato lento, quel conoscersi nelle pieghe della carne, quel pulirsi di dosso lo sporco come gli animali. Io voglio ali, parole, concetti, idee. Il mio amore è sempre stato un'idea. Anche quando prendeva a prestito la faccia di una persona.

Eh. Ma ora. Forse un po', solo un po', inizio a capire.

Il punto è che non è quella noia lì.

Quella di cui lui canta assomiglia più a quella che ti fa guardare ogni mattina allo specchio e se ci trovi la stessa faccia non c'è una grande novità, però la ami lo stesso. Perchè sei tu, con quella faccia lì e dentro c'è un naso che è il tuo e già questo ti basta, dentro ci sono le ossa della testa che contengono tutti i tuoi pensieri e gli occhi ti ricordano che più in fondo giace un mondo.

E allora quello che sto iniziando a capire ha a che fare con la faccia che, accanto alla mia, riposa sul cuscino.

Non è nuova, no. Non lo è più. A volte mi annoia. Ma io leggo il suo naso e le sue ossa della testa e i suoi pensieri e i suoi occhi, li leggo perchè sono parole, per me, perchè per me sono idee e concetti e ali.
E la amo, quella faccia, come fosse mia.
mercoledì, 08 ottobre 2008
author: abigaill
category: vita, casa
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Qui a Milano cercare una casa è abbastanza complicato.

Una casa vera, intendo.

Se siete interessati a loculi e tumuli vari, nessun problema: ne trovate in abbondanza. A vivere in un appartamento mansardato di 25mq commerciali -calpestabili facciamo 18 e non ci pensiamo più, signoraèunveroaffare- ci sono un sacco di vantaggi. Le pareti ti calzano a pennello, la sensazione è quella romantica di due cuori e una capanna, le pulizie puoi farle in un quarto d’ora. L’unico inconveniente è che in già indossare il cappotto presenta dei seri problemi logistici, ma non vale la pena di sottilizzare.

Sottilizzarsi, al massimo, potrebbe essere utile. Ma comunque.

A Milano si trovano spesso questi graziosi micro-mono-bilo-cali dove la cucina da campeggio confina con il tavolo che copre parzialmente il divano e la televisione 12 pollici troneggia sul frigo. Il bagno, in questi allegri appartamenti su misura di gnomo, è un contenitore verticale che necessita di turni alternati con zone a traffico limitato e piani di viabilità. C’è da dire che puoi comodamente dormire in balcone, così contrasti l’afa estiva e non hai bisogno del condizionatore.

Se sei proprio fortunato, nella tua ricerca ti imbatti in una casa “stile vecchia Milano”: vanno a ruba, quindi non puoi lasciartele scappare. La descrizione lascia spazio a interessanti interpretazioni. Potrebbe darsi che stiano cadendo a pezzi perché hanno resistito a due guerre e ora gettano le armi -ma vuoi mettere vivere in una casa anni ‘20? è così cool, se sopravvivi all’intonaco che si stacca dal soffitto quando chiudi la porta- oppure che siano case “di ringhiera”.

Questa deliziosa definizione prospetta l’idea di vivere a stretto contatto con vicini di qualsiasi genere, che ti chiedono il sale affacciandosi dalla porta o bussando alla parete del tuo bagno mentre ti depili le gambe. Se poi hai la malaugurata idea di arrenderti ai 40 gradi del luglio milanese e di aprire le finestre, la tua residua intimità è stroncata per sempre.

Un'altra possibilità è decidere di stare “fuori Milano”. E qui si apre un mondo parallelo e variegato, perché per gli agenti immobiliari la provincia si estende da San Donato fino a Bari e Caltanissetta. Tipo che per venire al lavoro devi partire la sera prima. O dormire in ufficio.

“Epperò il weekend ti godi la campagna, la montagna, il verde, la vi-vi-bi-li-tà”. Anche io la pensavo così. Poi però ho riflettuto: se devo passare tre ore al giorno in una macchina inchiodata nel traffico ad ascoltare programmi radiofonici di dubbio gusto, almeno che sia per raggiungere una casetta azzurra sul mare con i gabbiani e le onde. Se no me ne sto a Milano a riempirmi i pomoni di PM10 ma almeno non divento socio sostenitore della Shell.

All’attività matta e disperatissima della ricerca di una casa si accompagna infine quasi sempre una incantevole attività gemella: la ricerca di un mutuo. Questa è una occupazione molto istruttiva e di notevole ingegno, una specie equivoca di caccia al tesoro.

C’è da dire che in questa fase di –diciamo così- congiuntura economica in flessione, fare un mutuo a tasso fisso è un suicidio. La spiegazione professionale che ci è stata fornita a sostegno di questa tesi suona più o meno così: “è come mettersi un cappio al collo con una pietra e buttarsi a mare”. Ok, ma il tasso variabile a dirla tutta mi inquieta un pochino: sarà perchè da come sono saliti fino ad ora già a nominarli, quegli Euribor e quegli Spread, alcuni si toccano abbondantemente, che manco davanti al carro funebre?

Rimane il mutuo mezzoemezzo, unquartoedue, trepertre ciapa chel ghè. Tipo che per i primi anni è fisso, poi è variabile ma non proprio completamente, poi ritorna fisso a suo piacimento, fa la ola e la piroetta. Puoi cambiarlo una volta sola o due o tre ma stai tranquillo che è poco costoso, poco pochissimo giurin giurello. Però già che ci siamo ci sarebbe anche da firmare l’assicurazione obbligatoria di cinquemila fantastilioni per la casa: vuoi mica tutelarti contro incendio, furto, sfregio, occupazioni, scioperi, esplosioni atomiche? Che c’è da ridere? Poi c’è quella su di voi, si proprio su di voi, per gli infortuni, gli incidenti, i fulmini, l’annegamento, le stigmate e la resurrezione anticipata. La polizza vita, morte e miracoli. Dove andate? Hey, dico a voi...!!

Perché bancari si nasce e non vale toccare ferro, loro ne sanno una più del diavolo mentre tu sei un povero sfigato da cui si devono tutelare. Che è un periodo nero, mica possono rischiare. Loro non hanno niente, povere stelle.

Mentre tu sei proprietario di una casa.

Mica cotiche.

giovedì, 29 maggio 2008
author: abigaill
category: racconti, casa
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E' gia passato un anno e mezzo da quando mi sono trasferita.

All'inizio pensavo a Milano come ad una seconda possibilità, una specie di porta sul retro. Perchè tutto non avrei saputo immaginare. 

Questa è una storia che racconta delle partenze, dei ritorni e della sensazione più misteriosa: quella del sentirsi a casa.

milano

Più di ogni altro luogo

È che ci sono nato, a Milano. Sono rotolato fuori durante un viaggio e mi sono trovato milanese di passaggio. Vedi tu il destino. Segnato per sempre da quel nome sui documenti. Luogo di nascita: Milano, Italia. Sono stato veloce, comunque. Pochi passi ed ero già altrove. Pochi anni.

I miei si sono conosciuti a Roma. Mia madre è argentina, mio padre era di Parigi, che non è Francia, è Parigi e basta. Il mio omino dal cappello, papà. Non se lo toglieva mai. Aveva un accento dolce perché scioglieva i suoni in bocca come una caramella.

Era venuto in Italia con l’idea di studiare arte, vivere gli straordinari anni settanta e innamorarsi. Gli erano riusciti tutti e tre questi propositi, a parte un piccolo incidente di percorso. Io. Sono nato in una tappa del viaggio Roma – Parigi. “Così in caso di bisogno i miei possono aiutarci…” diceva lui sottovoce e mia madre pensava che sarebbe stato decisamente meglio evitare tutti i discorsi progressisti fatti con rabbia a sua madre –una malata immaginaria che la aspettava a Buenos Aires in un letto circondato da cameriere in pizzo bianco- dato che lei, proprio lei, stava ora per essere catapultata in una borghesissima petite maison nella città più bella del mondo.

Cercavano di rimanere mediamente felici, mentre scendevano a patti con i loro sogni e si ingozzavano dei ricordi romani dell’università. “Almeno niente soldi da loro, ce la caveremo, andremo in periferia”, diceva mia madre. Mio padre sospirava e il cappello sospirava con lui.

Parigi puzzava. Ho passato i primi anni della mia vita con addosso un odore costante di cipolle e pelo di cane. “È perché i francesi sono dei borghesi sporchi. Pieni di profumo, ma non si lavano”. A ripensarci adesso, mamma forse intendeva degli sporchi borghesi.

Comunque l’omino dal cappello la lasciava parlare e non si arrabbiava. Lui lavorava tutta la settimana facendo consegne per i negozi e la domenica mi vestiva bene e mi portava in una bella casa senza odori dove c’erano i nonni. Io loro non me li ricordo. Però ricordo la faccia di mia madre quando tornavo. Mi toglieva gli abiti della domenica e mi spediva in camera mia a giocare, prima di attaccare a urlare con papà. Nel quartiere avevo solo amici arabi e anche questo a mia madre non piaceva, ma non sopportava di essere razzista e preferiva prendersela con Parigi in generale. Il vero colpevole di tutto era quella città grassa, ricca e ingiusta.

L’omino dal cappello è morto quando avevo otto anni. Non ho avuto il tempo di piangere, siamo partiti in fretta e furia.

Io non sono argentino. Sono cresciuto sentendomi spesso uno straniero. Certo, ho amato la mia adolescenza dorata, la scuola prestigiosa, gli amici con la barca sul fiume. Ma la terra è una questione di scelta e io non me la sono mai sentita addosso. Forse non le ho mai dato una seconda possibilità. Per anni mi sono emozionato ad ogni parola in francese che sentivo. Ho voluto studiarlo a scuola. Mia madre, che si sentiva in colpa, mi lasciava fare. In quelle rotondità che mi schioccavano sotto il palato risentivo le parole dell’omino dal cappello. Le ripetevo ore ed ore, ascoltavo canzoni francesi, leggevo libri francesi. Dopo il diploma sono partito subito. Ero deciso a ritrovare le mie radici, il mio passato, gli antenati. Una specie di rito per colmare quel vuoto che mi portavo sempre addosso.

Appena sceso dall’aereo, la pista di Charles De Gaulle sapeva già di casa. I nonni erano morti e papà era figlio unico, ma qualcosa della mia famiglia doveva essere rimasto nell’aria attraverso gli anni. Parigi, però, non la pensava allo stesso modo. Mi ha accolto come l’ennesimo straniero. Con circospezione.

Non è cosa tua, ragazzo. Ricorda, non sarai mai dei nostri.

Sono stato ammesso a psicologia. Il mio francese era ottimo, con gli esami non ho mai avuto problemi. Ho sono preso una stanza in affitto vicino all’università e la notte spesso uscivo a camminare. L’ho fatta tutta a piedi, la mia città. Non le ho portato mai rancore, anche se lei non mi riconosceva più. È come con i vecchi, non lo faceva apposta. Sono anche tornato nel mio quartiere, quello dell’odore di cipolle e animali, con i bambini che giocano per strada. Ho mangiato kebab, parlando con le persone nel mio francese che di colpo si travestiva da meticcio. Di nuovo straniero tra gli stranieri, nell’unico posto dove avrei mai potuto sentirmi a casa. A volte l’ombra del cappello mi seguiva, nelle camminate. Lo sentivo nelle parole trascinate, nella musica del mercato fatta di voci.

Questo è durato fino al momento in cui, esausto, ho rinunciato a tutto quel cercare. A quella disperata volontà di appartenenza. Non sono di qui, ci ho solo abitato, mi dicevo. Mio padre era francese. Io no. Punto. Mi sembrava di aver fatto pace con questa questione. Sono cresciuto, mi sono detto. Ho iniziato a fare carriera all’interno dell’università. Prima a Parigi, poi con il dottorato a Bruxelles e a Madrid. Sono tornato anche in Argentina, per qualche tempo. Ho fatto un Master negli Stati Uniti. Girando molto, ho imparato tutte le lingue dei paesi in cui sono stato e il viaggio è diventato parte di me.

A Milano mi ha accolto un ambiente ricco di stimoli, cosa che ritenevo all’inizio abbastanza inverosimile alla luce dei miei preconcetti sull’università italiana. Alla notizia del traferimento, mia madre era raggiante.“Magari ti sposteranno a Roma” e solo il nome di quella città evocava tutti i fantasmi con cui si era riempita la vita. Ma io non volevo stare in Italia, almeno non per molto. Ero un girovago, ormai, e la mia tendenza ad esasperare le situazioni mi aveva condotto dalla spasmodica ricerca di radici alla assoluta incapacità a fermarmi in un posto qualsiasi.

Non ho perso l’abitudine a camminare di notte. Tu mi conosci, oramai. Mi immagini in giro nella nebbia. Ce n’è poca in questa città, a dispetto di quel che dicono. La gente dice tante cose. Io stesso dico tante cose.

Viviamo insieme da due anni. Tu vieni da una cittadina di provincia, un piccolo posto vicino al mare. Sei qui per lavoro, tutti vengono qui per lavoro ma alla fine molti si affezionano alle strade e alle piazze, all’umore grigio e affidabile del cielo, all’ordine delle cose che in questa città assume un rigore emotivo rassicurante.

Tutto va, tutto deve andare. Nessuno può fermarsi a rifiatare, tutto scorre, tutto corre, tutto muta e si trasforma. Milano è una grande fornace e ha ritmi suoi, che non negozia. Ti adatti a lei e non lei a te. Non ti avvolge ma ti sprona, come una madre un po’ severa, che ti sbatte giù dal letto la mattina per non farti diventare molle e debole. Certo, è anche un po’ italiana. Con i compromessi e i clientelismi e le cose che girano per conoscenza. Ma se hai voglia di farti le ossa sei nel posto giusto.

Non ha i suoni rotondi di Parigi che mi tornano nei sogni insieme all’omino dal cappello. Non ha il caldo di Roma che passa negli occhi di mia madre. È qualcosa solo mio e me ne accorgo ora, dopo il tempo necessario. All’inizio non capivo. Non è come a Parigi, non assomiglia alla volontà di riempire un vuoto. Io ho radici dappertutto e non le ho da nessuna parte. Quello che sono non si identifica in nessun posto, in nessuna città o forse in tutte quelle che ho conosciuto, più altre ancora. Ma ora, inaspettatamente, sento che questa città mi appartiene, forse ancora di più io le appartengo. Proprio ora che ho smesso di cercare, proprio ora che non ne ho più bisogno.

A te manca il mare. Banale. Ti manca lo spazio, in una grande città. Passi intere serate a cercare di spiegarmi come ti senti estranea e sradicata, come lo spazio non sia il tuo, non abbia il tuo nome, le tue unità di misura. Te ne andrai prima o poi, quando troverai la tua dimensione e potrai essere te stessa dappertutto, anche nel paese sul mare. Quando il lavoro seguirà il tuo nome e tu smetterai di inseguire lui.

Certo, verrò con te. A me piace il mare.

Ma Milano, più di ogni altro luogo, mi mancherà. In fondo, questa è casa mia.

Luogo di nascita: Milano, Italia.