Raccolgo l’invito di Zauberei e posto anche io questo video trasmesso da Gad Lerner durante l’ultima puntata de “L’infedele”.
In questi giorni, anche grazie alla (ex?) signora Berlusconi e alle attitudini cavernicole del suo (ex?) consorte si è acceso un notevole dibattito sulla questione dei modelli femminili dilaganti, dunque delle donne, dei loro corpi e di come questi vengano (da loro o meno) usati.
La discussione che –in rete ma non solo- tiene banco, si incentra soprattutto sul rapporto tra i ruoli delle donne proposti dal mezzo televisivo, che è ormai divenuto soggetto dotato di personalità propria: non più solo contenitore di vite altrui ma ora elemento famigliare –di famiglia- in senso stretto. Sorella TV ti presenta un mondo e i suoi abitanti, ma rispetto ad essi non è passiva: piuttosto è una specie di sorella maggiore che ti spiega come truccarti, come vestirti, cosa dire, cosa pensare di te stessa. Ti instrada (spesso in senso letterale), ti consiglia, ti fa da specchio. E’ invasiva, come molte sorelle maggiori. Non se ne sta al posto suo.
Ora, che la televisione mercifichi il corpo femminile oltre limiti ormai largamente offensivi per qualsiasi donna media emerge anche con la semplice visione di un paio d’ore di programmazione quotidiana. Dal documentario, che è girato molto bene, emerge invece anche altro. Innanzitutto un generalizzato senso di nausea dovuto alla concentrazione di immagini e parole montate in maniera compulsiva, che fanno rendere conto di una somma di gesti che si mischiano alla macelleria televisiva e la rivestono di significati ulteriori. Non è solo il vendere quarti di cosce e chili di tette a tutte le ore. E’ il fatto che questo diventi un modello, ad essere grave. E’ il fatto che i gesti femminili, del femminile profondo, non hanno spazio nel mezzo televisivo. Vengono svuotati di significato, resi invisibili.
Dice bene Loredana Lipperini quando cita l’unica contrapposizione che sembra emergere dal dibattito sulle donne in televisione e dalla mercificazione del corpo che loro stesse operano: da una parte le moraliste baffute, dall’altra le liberal in tacchi a spillo. Io sono d’accordo con lei. Non è questione di essere belle o meno, di voler mostrare le proprie gambe o meno. Il punto è che l’essere belle e mostrare le gambe è ad oggi urlato come unico modello femminile imperante. Una dodicenne che accende la televisione e vede solo donne il cui potere si esprime attraverso il mostrare le gambe penserà che, se vuole avere lo stesso potere, dovrà farlo anche lei. Con che coraggio questa è chiamata libera scelta?
Ho sempre rifuggito l’incanalamento in una gabbia di genere, le risposte automatiche dell’appartenenza a un gruppo, seppur vasto come quello delle donne. Ho sempre amato molto di più confrontarmi con le singole individualità senza crearmi un percorso obbligato, come spesso fanno le ideologie, all’interno delle quali ho sempre racchiuso anche il femminismo. Cioè, dicevo, chissenefrega se sono femmina o maschio, del nord o del sud, liceale o lavoratrice o tutt’e due. Chissenefrega cosa c’è prima di me, prima di questo discorso. Chissenefrega di quello che ci ha portato qui, che tu vedi guardando me e io vedo guardando te. Parlami. Punto. Scambia con me quello che riteniamo entrambi. Usa il linguaggio, le parole. Guardami attraverso di esse. Amami attraverso di esse.
Io ci sono sempre riuscita, grazie anche alla forma mentis con cui mio padre ha influito nella creazione della mia identità di bambina e dunque di femmina. Lui mi ha sempre visto e creato e cresciuto come essere dialogante, pensante e creativo che ottiene maggiore approvazione tanto più coltiva queste tre qualità. Il fatto di essere femmina è arrivato molto dopo, quindi ha acquisito un peso infinitamente minore, quello del tempo successivo, per intenderci, quello del tempo in cui il vaso è quasi asciutto e l’argilla ha già preso forma. Dunque dicevo. Io ho sempre pensato che questa cosa del valutarci reciprocamente in quanto femmine o maschi era una cazzata. Non sono mai stata femminista per il semplice motivo che nella mia testa non ce n’era bisogno.
Ma questo può essere vero solo fino a quando l’esistere in quanto creatura profondamente pensante e femmina nello stesso tempo non è messo in discussione. Altrimenti si cambia. Altrimenti il genere, non riconosciuto in quanto tale, ingabbiato in immagini sempre più umilianti di sederi appesi come prosciutti e timbrati tra le risate generali, ridiventa improvvisamente importante.
Si sente il bisogno di difendere solo ciò che messo in pericolo. E io inizio a sentire per la prima volta un moto reale di partecipazione di fronte a queste immagini. Non basta più che io le ignori, solo perchè non mi è mai interessata la televisione. Non importa più che la società delle immagini non sia uno spazio in cui mi ritrovo o mi confronto.
Questa subcultura è arrivata fino a me, fino ai confini dell’impero televisivo.
E mi offende a prescindere.
In quanto donna, ma soprattutto in quanto essere umano.