mercoledì, 17 giugno 2009
author: abigaill
category: parole, racconti, amici, giorni
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Lunedì la scrivania mi fissava con uno sguardo surreale.

E ora? 

Mi dicevo.

Come faccio a risalire così, dopo essere scesa in fondo come in apnea.
Mi fa male la testa, la distanza è troppa.
Dopo tre giorni a sporcarsi le mani, la faccia.
Dopo averci quasi creduto di appartenere davvero a quel mondo, a quelle parole.

E poi voi. Mi mancate.

Bah, direbbe il Murattore.
Io ho di meglio da fare. E smettila di guardarmi con quegli occhi dolci che non mi commuovi.

Bah, direbbe Sfumature.
Io non ti ho neppure salutato, ti ho lasciata andare senza uscire dalla stanza.  

Bah, direbbero le Bolle.
Io ho la mia vita, il mio equilibrio, e poi non ti conosco neanche.

Sono un po’ triste, ma faccio spallucce. E mi godo questa piccola malinconia.

Che sciocca femmina sentimentale.




giovedì, 04 giugno 2009
author: abigaill
category: racconti, amici
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Lei è una persona che stimo molto.

La stimo anche senza conoscerla personalmente, perchè la leggo ogni giorno da quasi un anno e le sue parole sono sempre fonte di stimolo per me.

A volte mi trova d'accordo, a volte no, ma certamente mi fa riflettere sul mio modo di vedere il mondo, mi pone dei dubbi, mi spinge al confronto.

E spesso le sue storie mi fanno ridere, di un riso bello e liberatorio, perchè lei è una persona reale, con problemi reali, che affronta la vita a Panzallaria, cioè con leggerezza, ironia e coraggio.

Le sue parole mi sono amiche. Rotolano intorno a me con un suono cristallino. E sono molto orgogliosa che siano proprio loro a comporre la prima recensione sul web al mio racconto.

Grazie Panz......

lunedì, 01 giugno 2009
author: abigaill
category: racconti, futuro
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copertina...sembra proprio che dal 28 maggio al 19 giugno possiate trovarmi nella rete metropolitana di Milano!

Le fermate incriminate sono:

DUOMO, CADORNA, CENTRALE, LORETO, LAMBRATE, PORTA GARIBALDI, PORTA VENEZIA, LANZA, MOSCOVA, AMENDOLA. 

...e se non bastasse, i racconti saranno presenti anche nella sede dell'università IULM e presso l'Informagiovani.

See you soon ;)

 

martedì, 26 maggio 2009
author: abigaill
category: racconti, futuro
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(...dal sito Subway)

Giovedì 28 maggio scopriremo insieme, nella consueta conferenza stampa di Palazzo Marino a Milano, i 12 autori di narrativa e gli 8 poeti le cui opere saranno in distribuzione all'interno dei juke-box letterari per l'ottava edizione nazionale di Subway-Letteratura.

Di seguito le tappe dei racconti itineranti:

  • Dal 28 maggio al 19 giugno i juke-box verranno posizionati nella metro di Milano
  • Da metà giugno in quella di Roma e Napoli e in altri luoghi di interesse pubblico a Bologna, Cesena, Faenza, Ferrara, Forlì, Imola, Mantova, Modena, Ravenna e Rimini, e nell'hinterland milanese
  • Da settembre nelle fermate dei vaporetti veneziani
  • Da ottobre, nella rete ferroviaria di Palermo.

In tutto verranno distribuite 4.250.000 copie.

Qui il mio "Non dire falsa testimonianza".

Nella credenza dovrebbe esserci ancora un po' di quell'ottimo rum scuro.

Ve lo offro volentieri.



mercoledì, 13 maggio 2009
author: abigaill
category: racconti, futuro
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...shhh....

Fino a tale fatidica data non posso dire niente di ufficiale.

Non rilascio dichiarazioni. Non concedo interviste.

Ho solo spedito giusto un paio di mail, agli amici più intimi...

...tutti e cinquemila.

Però sul blog mi pare male, non posso, davvero, proprio non posso.

Mi squalificano. Mi scomunicano.

Comunque voi il 28 tenetevi liberi, ecco.

lunedì, 30 marzo 2009
author: abigaill
category: racconti
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Arieccomi!

Sopravvissuta a un trasloco. Abitante felice di una casa nuova e piena di scatoloni.

E tra le altre cose finalista di un concorso con altri 54 simpatici contendenti.

Considerando che non è un concorso di bellezza ma letterario, ritengo di poter chiedere a gran voce milioni di voti.

Il racconto è "Non dire falsa testimonianza" e si può leggere sul sito http://www.subway-letteratura.org/

La pagina è quella dei "finalisti 2009", per votarlo o commentarlo basta iscriversi al sito.

Come voti ci sono le stelline.

Uacciu uari uari

;)

 

giovedì, 13 novembre 2008
author: abigaill
category: racconti
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Non ho tante idee creative, ultimamente. La mia testa galleggia sulla superficie dell'acqua. Si occupa di cose serie, di progetti, di lavoro.

Anche con un discreto risultato, devo ammettere.

Però la fantasia latita. Solo qualche incipit, qualche timido inizio. Come questo.

Il bottone non si chiude, la cerniera non sale e io sto esplodendo.

Una valanga di grasso rischia di travolgere le commesse.

Vedo già il panico sulle loro facce: si agitano come mosche cercando di raggiungere l’aria mentre il magma le sommerge e scioglie le loro gambe magre e sode. Cercano di scappare con le loro zampette da topo ma non trovano vie d’uscita.

Ma non è la cosa peggiore.

Mia madre mi aspetta qui fuori con un sorriso che significa “ti prendo l’altra taglia, tesoro”.

Questa è senza dubbio la cosa peggiore.

Non troveremo nulla, come tutte le altre volte. Perché il punto è che io sono grassa. Non sovrappeso o in carne o rotondetta, ma proprio grassa. E lei non lo vede. Ho smesso di credere che mi trascini in questi posti per umiliarmi. Questo è un problema suo. Ciò di cui ama convincersi non ha nulla a che vedere con la realtà delle cose. A mia madre la roba che metto non piace. Così mi trascina qui, nei negozi normali, nei camerini normali, con queste luci che uccidono. Non riesco a guardarmi negli specchi illuminata di bianco, liquida e flaccida come una morta. Al mercato provo i vestiti nel camioncino, con la porta scorrevole che si chiude di peso e uno specchio sbilenco. Al buio.

Lei respira facendo un piccolo sibilo, appoggiata alla parete qui fuori. “Any, hai fatto? Come ti stanno?” poi scosta la tenda e mette dentro la testa, osservando senza espressione il mio equilibrio grottesco e la gabbia lucida che mi si appiccica alle gambe.

“Ti prendo l’altra taglia, tesoro”.

Mi chiamo Anaïs. Come la scrittrice.

È impensabile riuscire a vivere tranquilli con un nome del genere, soprattutto perchè il diminutivo suona osceno ad un qualsiasi maschio dai sei ai venticinque anni. Se sei magra, bionda e indossi strani cappelli puoi anche pensare di limitare i danni. Ma questo non può avvenire se, oltre a chiamarti Anaïs, pesi 98 chili.

In quel caso sei semplicemente ridicola.

E, ovviamente, nessuno te lo perdona.

Non sono stata sempre grassa. Da piccola ero una bambina con le treccine, i sandaletti bianchi e singolari abitudini. Avevo il vizio di inarcare la schiena fino a srotolarla tutta, come i gatti. Un sacco di volte durante la giornata. Quando ero in quarta elementare mia madre iniziò a pensare che poteva trattarsi di qualche malattia, così mi fece visitare da uno di quei dottori che per dieci minuti di visita si prendono la tariffa piena.

Era un signore imponente che io guardavo dal basso, incantata dal suo profumo che mi pungeva la gola. Mi fece spogliare. Mentre mi visitava sentivo le sue dita calde sulla schiena e tenevo gli occhi chiusi. Quando il dottore mi fece rivestire si abbassò fino a guardarmi negli occhi e mi disse: “Non hai nulla che non va, signorina, la tua schiena è drittissima, una schiena da modella”. Il mio stomaco era scomparso d’improvviso. Mia madre pagò il dottore senza espressione e mi trascinò via.

I sogni dei bambini sono stupidi e il mio non era diverso dagli altri. Era un sogno banale e inutile, di seconda mano, che non mi assomigliava per niente. Non l’avevo immaginato da sola: me l’aveva abbandonato nella testa un dottore alto di cui mi ero innamorata.

È una cosa comune, il prendere sogni in prestito, l’avrei scoperto più tardi. Non importa quanto bello sia il desiderio in sé. Il punto è che non appartiene a noi, ma ce lo porta in dote qualcun’altro. L’amore ci convince che le sue passioni siano le nostre e che i suoi respiri siano una cosa sola con quelli che riempiono i nostri piccoli polmoni. Una volta trovata una traccia, una strada, ci spinge a seguirla fino in capo al mondo.

Io non chiedevo altro.

Avrei fatto la modella. Era sempre stato il mio sogno.

giovedì, 29 maggio 2008
author: abigaill
category: racconti, casa
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E' gia passato un anno e mezzo da quando mi sono trasferita.

All'inizio pensavo a Milano come ad una seconda possibilità, una specie di porta sul retro. Perchè tutto non avrei saputo immaginare. 

Questa è una storia che racconta delle partenze, dei ritorni e della sensazione più misteriosa: quella del sentirsi a casa.

milano

Più di ogni altro luogo

È che ci sono nato, a Milano. Sono rotolato fuori durante un viaggio e mi sono trovato milanese di passaggio. Vedi tu il destino. Segnato per sempre da quel nome sui documenti. Luogo di nascita: Milano, Italia. Sono stato veloce, comunque. Pochi passi ed ero già altrove. Pochi anni.

I miei si sono conosciuti a Roma. Mia madre è argentina, mio padre era di Parigi, che non è Francia, è Parigi e basta. Il mio omino dal cappello, papà. Non se lo toglieva mai. Aveva un accento dolce perché scioglieva i suoni in bocca come una caramella.

Era venuto in Italia con l’idea di studiare arte, vivere gli straordinari anni settanta e innamorarsi. Gli erano riusciti tutti e tre questi propositi, a parte un piccolo incidente di percorso. Io. Sono nato in una tappa del viaggio Roma – Parigi. “Così in caso di bisogno i miei possono aiutarci…” diceva lui sottovoce e mia madre pensava che sarebbe stato decisamente meglio evitare tutti i discorsi progressisti fatti con rabbia a sua madre –una malata immaginaria che la aspettava a Buenos Aires in un letto circondato da cameriere in pizzo bianco- dato che lei, proprio lei, stava ora per essere catapultata in una borghesissima petite maison nella città più bella del mondo.

Cercavano di rimanere mediamente felici, mentre scendevano a patti con i loro sogni e si ingozzavano dei ricordi romani dell’università. “Almeno niente soldi da loro, ce la caveremo, andremo in periferia”, diceva mia madre. Mio padre sospirava e il cappello sospirava con lui.

Parigi puzzava. Ho passato i primi anni della mia vita con addosso un odore costante di cipolle e pelo di cane. “È perché i francesi sono dei borghesi sporchi. Pieni di profumo, ma non si lavano”. A ripensarci adesso, mamma forse intendeva degli sporchi borghesi.

Comunque l’omino dal cappello la lasciava parlare e non si arrabbiava. Lui lavorava tutta la settimana facendo consegne per i negozi e la domenica mi vestiva bene e mi portava in una bella casa senza odori dove c’erano i nonni. Io loro non me li ricordo. Però ricordo la faccia di mia madre quando tornavo. Mi toglieva gli abiti della domenica e mi spediva in camera mia a giocare, prima di attaccare a urlare con papà. Nel quartiere avevo solo amici arabi e anche questo a mia madre non piaceva, ma non sopportava di essere razzista e preferiva prendersela con Parigi in generale. Il vero colpevole di tutto era quella città grassa, ricca e ingiusta.

L’omino dal cappello è morto quando avevo otto anni. Non ho avuto il tempo di piangere, siamo partiti in fretta e furia.

Io non sono argentino. Sono cresciuto sentendomi spesso uno straniero. Certo, ho amato la mia adolescenza dorata, la scuola prestigiosa, gli amici con la barca sul fiume. Ma la terra è una questione di scelta e io non me la sono mai sentita addosso. Forse non le ho mai dato una seconda possibilità. Per anni mi sono emozionato ad ogni parola in francese che sentivo. Ho voluto studiarlo a scuola. Mia madre, che si sentiva in colpa, mi lasciava fare. In quelle rotondità che mi schioccavano sotto il palato risentivo le parole dell’omino dal cappello. Le ripetevo ore ed ore, ascoltavo canzoni francesi, leggevo libri francesi. Dopo il diploma sono partito subito. Ero deciso a ritrovare le mie radici, il mio passato, gli antenati. Una specie di rito per colmare quel vuoto che mi portavo sempre addosso.

Appena sceso dall’aereo, la pista di Charles De Gaulle sapeva già di casa. I nonni erano morti e papà era figlio unico, ma qualcosa della mia famiglia doveva essere rimasto nell’aria attraverso gli anni. Parigi, però, non la pensava allo stesso modo. Mi ha accolto come l’ennesimo straniero. Con circospezione.

Non è cosa tua, ragazzo. Ricorda, non sarai mai dei nostri.

Sono stato ammesso a psicologia. Il mio francese era ottimo, con gli esami non ho mai avuto problemi. Ho sono preso una stanza in affitto vicino all’università e la notte spesso uscivo a camminare. L’ho fatta tutta a piedi, la mia città. Non le ho portato mai rancore, anche se lei non mi riconosceva più. È come con i vecchi, non lo faceva apposta. Sono anche tornato nel mio quartiere, quello dell’odore di cipolle e animali, con i bambini che giocano per strada. Ho mangiato kebab, parlando con le persone nel mio francese che di colpo si travestiva da meticcio. Di nuovo straniero tra gli stranieri, nell’unico posto dove avrei mai potuto sentirmi a casa. A volte l’ombra del cappello mi seguiva, nelle camminate. Lo sentivo nelle parole trascinate, nella musica del mercato fatta di voci.

Questo è durato fino al momento in cui, esausto, ho rinunciato a tutto quel cercare. A quella disperata volontà di appartenenza. Non sono di qui, ci ho solo abitato, mi dicevo. Mio padre era francese. Io no. Punto. Mi sembrava di aver fatto pace con questa questione. Sono cresciuto, mi sono detto. Ho iniziato a fare carriera all’interno dell’università. Prima a Parigi, poi con il dottorato a Bruxelles e a Madrid. Sono tornato anche in Argentina, per qualche tempo. Ho fatto un Master negli Stati Uniti. Girando molto, ho imparato tutte le lingue dei paesi in cui sono stato e il viaggio è diventato parte di me.

A Milano mi ha accolto un ambiente ricco di stimoli, cosa che ritenevo all’inizio abbastanza inverosimile alla luce dei miei preconcetti sull’università italiana. Alla notizia del traferimento, mia madre era raggiante.“Magari ti sposteranno a Roma” e solo il nome di quella città evocava tutti i fantasmi con cui si era riempita la vita. Ma io non volevo stare in Italia, almeno non per molto. Ero un girovago, ormai, e la mia tendenza ad esasperare le situazioni mi aveva condotto dalla spasmodica ricerca di radici alla assoluta incapacità a fermarmi in un posto qualsiasi.

Non ho perso l’abitudine a camminare di notte. Tu mi conosci, oramai. Mi immagini in giro nella nebbia. Ce n’è poca in questa città, a dispetto di quel che dicono. La gente dice tante cose. Io stesso dico tante cose.

Viviamo insieme da due anni. Tu vieni da una cittadina di provincia, un piccolo posto vicino al mare. Sei qui per lavoro, tutti vengono qui per lavoro ma alla fine molti si affezionano alle strade e alle piazze, all’umore grigio e affidabile del cielo, all’ordine delle cose che in questa città assume un rigore emotivo rassicurante.

Tutto va, tutto deve andare. Nessuno può fermarsi a rifiatare, tutto scorre, tutto corre, tutto muta e si trasforma. Milano è una grande fornace e ha ritmi suoi, che non negozia. Ti adatti a lei e non lei a te. Non ti avvolge ma ti sprona, come una madre un po’ severa, che ti sbatte giù dal letto la mattina per non farti diventare molle e debole. Certo, è anche un po’ italiana. Con i compromessi e i clientelismi e le cose che girano per conoscenza. Ma se hai voglia di farti le ossa sei nel posto giusto.

Non ha i suoni rotondi di Parigi che mi tornano nei sogni insieme all’omino dal cappello. Non ha il caldo di Roma che passa negli occhi di mia madre. È qualcosa solo mio e me ne accorgo ora, dopo il tempo necessario. All’inizio non capivo. Non è come a Parigi, non assomiglia alla volontà di riempire un vuoto. Io ho radici dappertutto e non le ho da nessuna parte. Quello che sono non si identifica in nessun posto, in nessuna città o forse in tutte quelle che ho conosciuto, più altre ancora. Ma ora, inaspettatamente, sento che questa città mi appartiene, forse ancora di più io le appartengo. Proprio ora che ho smesso di cercare, proprio ora che non ne ho più bisogno.

A te manca il mare. Banale. Ti manca lo spazio, in una grande città. Passi intere serate a cercare di spiegarmi come ti senti estranea e sradicata, come lo spazio non sia il tuo, non abbia il tuo nome, le tue unità di misura. Te ne andrai prima o poi, quando troverai la tua dimensione e potrai essere te stessa dappertutto, anche nel paese sul mare. Quando il lavoro seguirà il tuo nome e tu smetterai di inseguire lui.

Certo, verrò con te. A me piace il mare.

Ma Milano, più di ogni altro luogo, mi mancherà. In fondo, questa è casa mia.

Luogo di nascita: Milano, Italia.



giovedì, 17 aprile 2008
author: abigaill
category: racconti
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pozzoL’uomo parlò con lo sguardo rivolto in alto, il viso accanto al suo. “È un mosaico del sedicesimo secolo. Ce n’è uno identico nel Duomo della città. I miei antenati ne commissionarono uno allo stesso artista e il mio bisnonno lo posizionò su soffitto di questa casa. Chiamò i maggiori esperti di mosaici del mondo, i migliori ingegneri ed architetti. È magnifico, non trova?”.

Emma annuì. Respirò. Annuì di nuovo. Resta lucida, si disse, e tutto andrà bene. Non cercare di scappare, ti perderesti qui dentro. Non farti incantare dalle sue parole e dalla magnificenza di quello che vedi. Non voltarti mai indietro. Seguilo e non farti sopraffare. Chi si è perso era inconsapevole. Tu sei limpida e forte, e lui lo sa.

Il vecchio sospirò, scostandosi da lei. Si è rassegnato al mio silenzio, pensò, mentre sentiva addosso il peso degli sguardi accusatori. Vista dall’esterno, la scena le dava torto. Mostrava di non apprezzare gli inviti, le cortesie, le lusinghe. Rischiava di far fare brutta figura a tutti, con la sua stupida caccia alle streghe. Ma lei non si fece distrarre. Quando tutti si diressero a grandi passi verso una porta di metallo, sentì che era arrivato il momento. Il tempo sta accelerando, si disse, la velocità di questa situazione senza uscita mi spinge lo stomaco in alto come una giostra. Erano tutti dietro di lui, Emma camminava in coda. Il loro biasimo mi rende più forte, pensò.

La porta sembrava a tenuta stagna. Per aprirla, l’uomo usò due chiavi. Sbuffava per la fatica e si fece tutto rosso in viso. La tirò verso di sé, senza aiuto. In un attimo attraversarono tutti l’ultima soglia. Al di là, una scala. A chiocciola. Stretta, bassa, quasi un cunicolo. Gli altri due risero, procedendo dietro a quell’uomo che scendeva troppo veloce. La porta si chiuse dietro di loro con un rumore metallico. Si trovarono di colpo immersi nel buio.

Emma urlò.

Così forte e a lungo da sentire i graffi nella gola. Urlò senza respirare e senza aprire gli occhi.

Poi si sentì scivolare, come se gli scalini non ci fossero più sotto i suoi piedi. Allora smise di urlare e si abbandonò, perché non riusciva a fare altro.

Pregò di sentire la voce. Ma in quel nulla non c’era nessun suono. 

§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§

Si ritrovò ferma sul marciapiede. Di fronte a una targa di pietra. Con in mano una guida della città.

Di quelle con le vie. I palazzi. I monumenti.

Le briciole sotto il tappeto.

In faccia un sole snervato di fine febbraio. Addosso un tempo freddo e lento.

È tardi, pensò.
Le nuvole sono gonfie.
D’acqua.
Di mare?
Sa di buio.

Di pozzo.

Emma sentì distintamente il suono di una carrucola. Lo scricchiolio del ferro che si attorciglia su se stesso, lo sciabordio dell’acqua che fuoriesce dai bordi. Il rumore del secchio che sbatte contro la pietra.

Non esistono pozzi senz’acqua, disse ad alta voce.


lunedì, 14 aprile 2008
author: abigaill
category: racconti
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pozzo
Un pensiero la raggiunse all’improvviso e le ghiacciò il respiro. Contò le persone intorno a sé. Erano in cinque, compreso lei e il vecchio. Cinque. Aveva un vago ricordo della mattinata. Sembrava successo mille anni prima. Quanto tempo era passato? Da quanto erano lì? I biglietti dell’autobus. Ne avevano comprati cinque. Dunque erano cinque prima di entrare in quella casa.

Mancava qualcuno.

Erano rimasti in quattro.

Da quando? Perché non se n’era accorta? Non si ricordava. Si guardò in giro di nuovo e iniziò ad avere paura. Faceva troppo caldo. Gli altri sorridevano, camminavano e ascoltavano i racconti del vecchio. Non si ricordava. Non ne aveva idea. Chi mancava? Chi?

Camminavano da un po’ quando giunsero di fronte alla casa. Si affrettarono a produrre mormorii e parole di sopresa e ammirazione. Solo Emma continuava ostinatamente a tacere, cercando di ragionare e di non cedere alla paura. Ma quando alzò gli occhi fu sopraffatta da un’emozione così violenta da sradicarle la mente e annientare i dubbi che le stringevano la gola.

Quella di fronte a lei era la casa più bella che avesse mai visto. I muri bianchissimi sui quali si arrampicavano piccoli fiori rossi. Le vetrate luminose e la veranda di legno che si affacciava sul parco. Senza volerlo si vide seduta a un pianoforte per abitarla di musica. Si vide leggere sdraiata al sole. Sentì le voci dei suoi bambini, li vide correre tutto intorno. Le arrivò addosso forte l’odore del mare. Il desiderio era talmente reale da farle male. Si scioglieva nella pancia e irradiava calore in tutto il corpo, pulsando nelle vene. Si abbandonò.

Fu la voce a salvarla. La scosse. Le impedì di scivolare nel limbo. Era liquida, veniva dall’acqua, veniva dal pozzo. “No, Emma, non è reale. Apri gli occhi”. Ascoltò. Si fidava di quella voce. L’aveva sentita anche prima, quando aveva appoggiato la mano sul bordo. Lei sapeva che non esistono pozzi senz’acqua. La casa del suo sogno ne venne invasa. Fece marcire la veranda di legno, sporcò di fango i muri bianchi. Emma strinse i denti per non piangere. “Muovi le gambe, le braccia”. Non voleva affogare. Era acqua di mare? Sapeva di pozzo. Profondo e buio.

Emma aprì gli occhi appena in tempo.

Si alzò lentamente con la testa che le girava. Si guardò intorno. Era rimasta sola nel parco. Di fronte a lei, la casa giaceva indifferente. Entrò. La porta si chiuse con un colpo secco dietro di lei.

Respirò piano. Aveva la sensazione che il parco si stesse richiudendo su sé stesso, come nelle pagine di un libro. Il vecchio era fermo pochi passi avanti a lei. Accanto a lui, due persone. Erano rimasti in tre. Ancora una volta, non aveva idea di chi mancasse. La sala era illuminata da grandi finestre, con degli strani vetri azzurrati che facevano passare la luce senza permettere la visione dell’esterno. Emma pensò per un istante a cosa fare. Doveva avvicinare uno degli altri e parlargli. Convincerlo a liberarsi di quel vecchio pazzo. Erano tre contro uno. Potevano costringerlo a mostrare loro l’uscita. Lei aveva già rischiato di smarrirsi. Chi sarebbe stato il prossimo a vagare senza meta? A perdersi per sempre in quel labirinto? A scomparire in modo così assoluto, improvviso e indolore dalle menti di tutti loro? Non avevano più orientamento. Non potevano scappare. Dovevano ribellarsi.
Ora. Ora. Ora.

Ma il vecchio si diresse verso di lei. Senza preavviso. I pensieri di Emma urlavano nella sua testa, non era riuscita a tenerli sottovoce e lui li aveva sentiti. Le toccò il braccio, lei si ritrasse terrorizzata. Gli altri risero. “Emma, non ti mangia! Non essere sciocca!” dicevano. Lei era sbalordita. Possibile che non avessero ancora capito? Che davvero non si fossero accorti di nulla? Il respiro le giaceva congelato nel petto.

“Signorina, alzi lo sguardo. Lei è un’esperta d’arte, l’ho capito dal modo in cui passava le dita sui bassorilievi antichi che ornano il mio pozzo. Su, non sia timorosa. Hanno ragione i suoi amici. Io non la mangio…”. Emma alzò gli occhi. Il soffitto altissimo era finemente decorato di stucchi e dipinti. Proprio al centro giaceva un magnifico mosaico della Madonna, con in grembo Gesù, circondata da schiere di angeli. Una mano del bambino benediceva. Emma vi si aggrappò con tutte le forze. Signore, aiutami. Ho bisogno di una guida per uscire da qui. Voglio tornare al paese al di là del mare, salire sulle nuvole gonfie di pioggia.

Mandami di nuovo la voce liquida, una volta soltanto.