mercoledì, 18 febbraio 2009
author: abigaill
category: vita, amici, giorni
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Pensieri e parole di oggi (le opere e le omissioni al prossimo giro).

Primo pensiero del giorno

Tutti che si svuotano e poco poco riesco a farlo anche io. A volte mi sembra che il cammino verso la maturità sia qualcosa simile alla destrutturazione, qualcosa che assomiglia ad un togliere più che ad un aggiungere. Via le impalcature, via i travestimenti, via le reazioni automatiche. Lo spazio vuoto dovrebbe rimanere vuoto per almeno un po’.

Anche solo qualche mese, fino ad acquisire la giusta trasparenza.

Secondo pensiero del giorno

Ridere, ridere, ridere ancora. Quando non so che fare. Quando non ho idea di come reagire. Quando sento l’aggressività spingere dalle viscere. E vorrei lanciare un tavolo, urlare che cos’hai da guardare, cosa vuoi da me. Che una risata certo non mi seppellirà, non mi renderà ridicola. Mi darà il primo colpo in canna, se miro bene anche il definitivo.

In fondo io sono come mia madre: un clown. A cui hanno tirato via a forza il rossetto e la bombetta e il naso rosso, ma appena ti volti lei ti fa la boccaccia lo stesso. Perché è leggera dentro.

Val la pena di approfittare del dna, suvvia.

Terzo pensiero del giorno

Ballare (o provarci) non è poi così male. Mi diverte in modo impensabile sculettare davanti allo specchio di una palestra a ritmo di musica. Tutto merito di Ronald, americheeeeno nero e bello come il sole, il miglior ballerino del mondo che conosce muscoli ignoti ai più e te li scova anche se si nascondono. Anche se si rannicchiano dietro al pancreas e alla milza in silenzio silenzissimo. E sti cazzi, poi. Dopo un’ora con lui non ti muovi più per due giorni. Però vuoi mettere? Se me l’avessero detto un paio d’anni fa avrei avuto una crisi isterica.

Quarto pensiero del giorno

Oggi ho ricevuto in regalo una collana e un invito a cena. Ieri sera una telefonata che aspettavo da un anno. Sabato mattina una bellissima colazione. Venerdì sera una serata in cui mi sono sentita me stessa. Il tutto da persone interessanti (anche se una più speciale delle altre, ça va sans dire).

Quasi quasi inizio a invidiarmi da sola, va là.


giovedì, 05 febbraio 2009
author: abigaill
category: vita, nomi
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Mi sa che ho capito una cosa che inseguivo da tempo. 

Forse l’avvicinamento è stato inconscio, non so. In ogni caso è un bel po’ che rimesto nel calderone di tematiche a me care, quello dell’identità di genere e di sesso, quello del femminile e del maschile e di altre cose che gli somigliano. E oltre a rimestare nel calderone tutto interno della pancia profonda, della pancia-paura (ehi, tu, ricordi?), ho fatto anche delle cose nel mondo reale. Ho incontrato delle donne.

Donne che tornano. Dal passato, da altre vite, dai sogni.

Ho rivisto una persona importante per il mio cammino professionale, una mia insegnante dell’università. Ovviamente gli anni passano e noi non siamo più incastrate nel ruolo (ah, i ruoli...) di maestro-discepolo ma possiamo liberamente spaziare nei più mirabolanti equilibri dei rapporti umani. Ci siamo viste per un aperitivo e abbiamo provato (riuscendoci, per la verità) a essere semplicemente due donne con quindici anni di differenza che vedono le cose della vita da due punti diversi, ma neppure troppo distanti.

Tante cose sono venute fuori. Evocazioni. Il calderone ribolliva. Lo sentivo, dal rumore e dal calore. Le sue parole mi facevano molte volte eco. Un ritorno di voce chiaro, limpido.

Non riesci a mediare perché non sei sicura che quello che sei sia realmente giusto.

Tutto questo essere radical-chic è stupido e tu non devi adeguarti per forza.

Potrai essere serena in mezzo a tutto questo niente solo con radici forti e grandi capelli da muovere al vento.

Non userai mai il tuo essere donna come potere ma questo non vuol dire che l’energia non ti possa nutrire. 

E via così.

E poi uno dice fammi leggere l’oroscopo, va. Che inizio a fare cose frivole da donna. Che mi alleggerisco. Che mi ritrovo nella femminilità che stanno provando a infilarmi a forza, come un vestito troppo stretto e scomodo, come un vestito che non è mio. Le unghie, le scarpe, l’ombretto, l’ombrello.

L’oroscopo, già. Tipo quello di Internazionale.

"Se eliminassimo gli omosessuali e la loro influenza dalla cosiddetta cultura americana", ha scritto Fran Lebowitz, "resterebbe solo Ok, il prezzo è giusto!". È chiaramente un'esagerazione, ma contiene una parte di verità. Ti offro questo spunto per riflettere sulle sfumature dell'identità sessuale, Vergine. Se ti definisci eterosessuale, pensa a quali delle tue caratteristiche vengono di solito attribuite al sesso opposto. Considera la possibilità di essere al 65 per cento femmina, al 25 per cento maschio e al 10 per cento nessuna delle due cose, o magari al 15 per cento femmina, al 70 per cento maschio e al 15 per cento transessuale. Se sei gay, considera l'ipotesi che una parte segreta di te sia etero. Apri la tua mente al fatto che gli esseri umani possono essere di centinaia di sessi diversi.

E allora ho deciso di cucirmi indosso un vestito solo mio.

Con la gonna a pieghe, gli anfibi, le spalle larghe (che ormai tutte abbiamo, poche storie, in questo mondo qui)...

...e lo sguardo della donna più bella che conosca.

lunedì, 27 ottobre 2008
author: abigaill
category: vita, famiglia, passato
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Ma si che le ho più chiare, le idee.
E diciamocelo.

Ho masticato aria per tanti anni, in un vuoto pieno di polvere. Me l’hai regalato tu, perché altro non avevi. Un polmone buio chiamato casa, in cui ho capito come muovermi da subito, abituando gli occhi, prendendo le misure nelle mura strette, per non ferirmi. Mi sono accartocciata lasciando fuori solo la testa e a tratti guardavo la gente passare, con indosso le mie lenti e con la polvere in bocca. Quello che vedevo non aveva nulla di reale. E la maggior parte del tempo me ne stavo al caldo, a respirarmi sul petto.

Avrei potuto non uscirne mai, perchè fuori non c’era altro che buio e notte, dicevi tu.

O forse non me lo dicevi, ma ce l’avevi così scritto addosso che non potevo evitare di crederti.

Forse lei davvero voleva mandarmi lontano per evitarmi la cancrena. Forse io non avevo capito niente e tutta la rabbia e la gelosia avrei potuto risparmiarmele.

Il lavoro di questi ultimi anni è stato di rinforzo e amputazione.

Ero molle come il midollo, con la pancia preziosa alla mercè di tutti. Potevano infilarci le dita e l’hanno fatto ma i nervi sono ancora integri. Mi è andata bene.

Le parti che ho tagliato erano marce e stanche. A chi non mancherebbero? Erano la mia casa. Il letto caldo. Il crogiuolo. Lo sento, dove battono. Ma il loro richiamo non mi inquina più. Sono viva e non le rimpiango.

Il compito di domani è prendere i moncherini e farli germogliare. Ho fatto tanto spazio, sono salita su una montagna e ho panorami aperti da tutti i lati, il vento addosso. Adesso voglio solo respirare. Sono un albero dopo l’incendio.


mercoledì, 08 ottobre 2008
author: abigaill
category: vita, casa
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Qui a Milano cercare una casa è abbastanza complicato.

Una casa vera, intendo.

Se siete interessati a loculi e tumuli vari, nessun problema: ne trovate in abbondanza. A vivere in un appartamento mansardato di 25mq commerciali -calpestabili facciamo 18 e non ci pensiamo più, signoraèunveroaffare- ci sono un sacco di vantaggi. Le pareti ti calzano a pennello, la sensazione è quella romantica di due cuori e una capanna, le pulizie puoi farle in un quarto d’ora. L’unico inconveniente è che in già indossare il cappotto presenta dei seri problemi logistici, ma non vale la pena di sottilizzare.

Sottilizzarsi, al massimo, potrebbe essere utile. Ma comunque.

A Milano si trovano spesso questi graziosi micro-mono-bilo-cali dove la cucina da campeggio confina con il tavolo che copre parzialmente il divano e la televisione 12 pollici troneggia sul frigo. Il bagno, in questi allegri appartamenti su misura di gnomo, è un contenitore verticale che necessita di turni alternati con zone a traffico limitato e piani di viabilità. C’è da dire che puoi comodamente dormire in balcone, così contrasti l’afa estiva e non hai bisogno del condizionatore.

Se sei proprio fortunato, nella tua ricerca ti imbatti in una casa “stile vecchia Milano”: vanno a ruba, quindi non puoi lasciartele scappare. La descrizione lascia spazio a interessanti interpretazioni. Potrebbe darsi che stiano cadendo a pezzi perché hanno resistito a due guerre e ora gettano le armi -ma vuoi mettere vivere in una casa anni ‘20? è così cool, se sopravvivi all’intonaco che si stacca dal soffitto quando chiudi la porta- oppure che siano case “di ringhiera”.

Questa deliziosa definizione prospetta l’idea di vivere a stretto contatto con vicini di qualsiasi genere, che ti chiedono il sale affacciandosi dalla porta o bussando alla parete del tuo bagno mentre ti depili le gambe. Se poi hai la malaugurata idea di arrenderti ai 40 gradi del luglio milanese e di aprire le finestre, la tua residua intimità è stroncata per sempre.

Un'altra possibilità è decidere di stare “fuori Milano”. E qui si apre un mondo parallelo e variegato, perché per gli agenti immobiliari la provincia si estende da San Donato fino a Bari e Caltanissetta. Tipo che per venire al lavoro devi partire la sera prima. O dormire in ufficio.

“Epperò il weekend ti godi la campagna, la montagna, il verde, la vi-vi-bi-li-tà”. Anche io la pensavo così. Poi però ho riflettuto: se devo passare tre ore al giorno in una macchina inchiodata nel traffico ad ascoltare programmi radiofonici di dubbio gusto, almeno che sia per raggiungere una casetta azzurra sul mare con i gabbiani e le onde. Se no me ne sto a Milano a riempirmi i pomoni di PM10 ma almeno non divento socio sostenitore della Shell.

All’attività matta e disperatissima della ricerca di una casa si accompagna infine quasi sempre una incantevole attività gemella: la ricerca di un mutuo. Questa è una occupazione molto istruttiva e di notevole ingegno, una specie equivoca di caccia al tesoro.

C’è da dire che in questa fase di –diciamo così- congiuntura economica in flessione, fare un mutuo a tasso fisso è un suicidio. La spiegazione professionale che ci è stata fornita a sostegno di questa tesi suona più o meno così: “è come mettersi un cappio al collo con una pietra e buttarsi a mare”. Ok, ma il tasso variabile a dirla tutta mi inquieta un pochino: sarà perchè da come sono saliti fino ad ora già a nominarli, quegli Euribor e quegli Spread, alcuni si toccano abbondantemente, che manco davanti al carro funebre?

Rimane il mutuo mezzoemezzo, unquartoedue, trepertre ciapa chel ghè. Tipo che per i primi anni è fisso, poi è variabile ma non proprio completamente, poi ritorna fisso a suo piacimento, fa la ola e la piroetta. Puoi cambiarlo una volta sola o due o tre ma stai tranquillo che è poco costoso, poco pochissimo giurin giurello. Però già che ci siamo ci sarebbe anche da firmare l’assicurazione obbligatoria di cinquemila fantastilioni per la casa: vuoi mica tutelarti contro incendio, furto, sfregio, occupazioni, scioperi, esplosioni atomiche? Che c’è da ridere? Poi c’è quella su di voi, si proprio su di voi, per gli infortuni, gli incidenti, i fulmini, l’annegamento, le stigmate e la resurrezione anticipata. La polizza vita, morte e miracoli. Dove andate? Hey, dico a voi...!!

Perché bancari si nasce e non vale toccare ferro, loro ne sanno una più del diavolo mentre tu sei un povero sfigato da cui si devono tutelare. Che è un periodo nero, mica possono rischiare. Loro non hanno niente, povere stelle.

Mentre tu sei proprietario di una casa.

Mica cotiche.

giovedì, 18 settembre 2008
author: abigaill
category: vita, passato
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Mi chiamavi sempre prima tu, ovviamente. Toglievi la polvere dall'ultimo anno. Tendevi il filo.
A me, due settimane dopo, non restava che ribadire il concetto.

Il 18 settembre di ogni anno la mia festa era già lontana. I regali nascosti nei cassetti. La scuola o le lezioni all’università già ricominciate. La mia telefonata era su appuntamento, perché mi vergognavo di trovare qualcun'altro che non fossi tu. Avevamo cellulari diversi, ti chiedevo il favore di un numero fisso. Dove sei? A Poggio, studio. A Napoli, ho ricominciato con l’agenzia. Che esami hai a fine mese? Come stai? Sei solo? Sei felice? Come ti trovi a giurisprudenza? Vuoi sempre fare il giornalista? Io scrivo racconti, se me li pubblicano in quei volumetti mille lire li puoi trovare anche a Napoli sulle bancarelle. Riconoscerai il mio nome? Magari ci scriverai una recensione. Quando vieni a trovarmi? Sali tra poco? Ma sei con quella ragazza dell’isola? Stai bene? Ci vediamo in piazzale Arnaldo ma niente più lettere da strappare. Mi fa piacere ricevere le tue mail, anche quelle della squadra. Io a volte vorrei scappare e mettermi a scrivere su una spiaggia deserta.

Le nostre vite scorrevano parallele, in posti lontani.
Senza saperlo, attendevamo.

Ora il tempo dell’attesa si è concluso e lo spazio non ci divide più. Se vuoi ti chiamo, ma solo per dirti che ci vediamo a casa, questa sera, dove potrò farti gli auguri per i tuoi splendidi 30 anni. E chiederti di imitare il pescio pallo. E cucinare per te una torta se mi riesce. E mille altre cose, che non sto qui a scrivere.